Prefazioni

Se le pietre potessero parlare che tipo di storia racconterebbero alla Fontana del Papa?

Il libro che state per leggere è scritto col cuore da una donna che ha sentito il bisogno di condividere con altre persone la sua storia e quella della sua famiglia.

Le pietre della Fontana del Papa sanno parlare e quello che ci raccontano attraverso le parole di Assuntina è una storia di grandi sogni e di difficoltà, è una storia di lotta contro l’amministrazione pubblica e lo strapotere.

Il luogo di cui ci racconta il libro è un posto da favola, incastonato nella natura rustica e selvaggia delle colline tolfetane e come ogni favola anche la storia della Fontana del Papa ha, in parte, un lieto fine, che è difficilissimo da vedere ma si può intuire.

Tutte le storie, lunghe o corte, hanno alla fine un messaggio positivo, un messaggio di speranza e quello che riusciamo a comprendere da queste righe è che non bisogna arrendersi mai.

Assuntina ci rende partecipi per la prima volta dei suoi sogni, di come sa condividerli con i suoi cari, di come questi sogni a volte, quando si cozza con la realtà di una burocrazia criminale ed assassina, sembrano incubi.  Allora nasce spontanea la domanda “ma chi me l’ha fatto fare”.

Questa è la domanda dell’eroe buono della favola, di ogni favola, la domanda che immaginavamo da bambini passasse per la testa di Sigfrido quando solo con la sua spada ha davanti il drago.

Chi te lo fa fare, Assuntina, a metterti contro tutto e tutti per questi quattro sassi e quei quattro ulivi?

La sua caparbietà, il suo credere nei sogni, il suo dividere le gioie ed anche i dolori con la sua famiglia giocano una parte importante in questo meccanismo di rivalsa ma sicuramente quello che non ha mai staccato Assuntina ed i suoi cari dalla presa, dalla corsa verso il traguardo è stato anche il rendersi conto che una piccola città come Tolfa non è immune da tutti i legacci che condizionano l’economia sana di una Nazione come l’Italia e che anche la politica a volte sa giocare sporco non solo con le cose ma anche con la vita e gli affetti delle persone.

Il libro si legge in un soffio e nello stesso modo traspariranno per il lettore attento gli stati d’animo di chi solo scrive, vera colonna sonora di tutta la storia ma chi legge verrà anche avvolto dalle spire di quel mostruoso essere che pretende di condizionare le nostre scelte e celandosi dietro una farraginosa burocrazia vuole approfittare delle intuizioni altrui per trarne un profitto sempre illecito.

Ecco, la lotta di Assuntina e dei suoi cari contro questo mostro dalle mille facce fa paura come infreddolisce le ossa la nebbia che la mattina presto avvolge la Fontana del Papa ma solo chi è puro di cuore riuscirà ad uccidere il drago.

Cristiano A. Degni

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La “Fontana del Papa” è un racconto costruito su un doppio registro di scrittura, di intenti e di impiego di risorse. All’annosa e strenua battaglia legale che rivendica il diritto denunciando le macchinazioni del profitto altrui, si affianca il recupero lirico, le visioni legate ad un luogo che è stato e che si vuole attualizzare, richiamando i testimoni che l’hanno abitato e vissuto. La poesia che nasce “sul campo”, una spontanea indagine demografica ed etnica canta quella terra e le sue genti.

Assuntina e Claudio sono arrivati come il principe nella favola nel bosco impenetrabile. A svegliare la bella addormentata, quell’antico casale soffocato dall’incuria, circondato da ulivi secolari strozzati dalla vegetazione che, implacabile per diritto di natura, li ha resi asfittici. Da quella fitta, aggrovigliata copertura del tempo restano fuori solo parte delle chiome; come il braccio stremato di chi sta annegando e sembra chiedere, per istinto di sopravvivenza, un ultimo, forse sfiduciato soccorso. I due pionieri arrivano e quel manto è sollevato, il respiro restituito.

Ma i lacci e gli impedimenti che la natura origina e riproduce seguendo l’imput primordiale della crescita ad oltranza, avvolgente e avviluppante, si possono sciogliere con le mani, la fatica, la tenacia. E una volta estirpati, conforta la gioia dell’impegno ripagato, la soddisfazione del progetto rincorso e realizzato.

Le pastoie e gli intrighi degli uomini sono invece impedimenti ingrati e realmente distruttivi: non abilitano mai la vita, criticizzano mortalmente il respiro, non generano rami ma cavilli. Rallentano il tempo utile al lavoro produttivo e occupano lo spazio vitale con le “carte” del potere….

Di questa tua battaglia, pur necessaria, ne ammiro, cara Assuntina, la determinazione e la tenacia, l’onesta esigibilità dei tuoi diritti, l’insopportabilità dell’ingiustizia.

Ma le trame dell’uomo avvelenano, inquinano il sogno, sostengono il rancore e offuscano le evenienze dell’amore.

Sono i ricordi, la nostalgia, la commozione, le immagini e le visioni, la disposizione umana e antropologica, partecipata e solidale, per una terra e la sua comunità indigena, il tuo sogno più riconosciuto.

Come Rossella O’hara sei arrivata nella tua “Tara” e come lei, di fronte alla distruzione sconsolata del suo Eden, devi aver pronunciato le parole della volontà ricostruttiva, quelle del lavoro che non conosce stanchezza e tregua perché con fermezza vede già il recupero avvenuto. Con lo stesso sguardo fiero hai visionato i resti e le rovine, il salvabile e l’ormai perso per sempre.

Hai frugato tra le macerie recuperando tessere incenerite, sotterrate, impolverate ed ammuffite e sostituito quelle mancanti con riproduzioni fedeli. Il mosaico si è ricomposto, forse più affascinante dell’originale, più confortevole di quello dei primi monaci che lo vollero e meno provinciale di quello dei signorotti locali.

Ci sei riuscita certamente spremendo la tua forza e massacrando le tue mani, ma anche perché hai risentito la fragranza di quel pane che profumava le notti laboriose di tante donne che con i loro impasti deposti sulle tavole correvano al forno a cuocerli. Perché accendendo il tuo camino devi aver ricordato la raccolta delle ceneri filtrate dal panno grezzo di cotone, quel lavoro estenuante che restituiva al bucato l’odore delle erbe su cui era steso ad asciugare! Così la natura profumava il letto delle spose…

E ci sei riuscita anche perché hai raccolto la pipa rossa di terracotta che hai dissepolto e, restituendola a Basilio, hai ridato un padre a un figlio, riattivato la memoria e le radici di chi, esule suo malgrado, ricordava con affetto e nostalgia struggente quella “terra benedetta dalla grazia di Dio” E sei tornata adulta su quelle scale che avevi sognato: lì era iniziato un volo e lì spero tu sia ora planata con lo stesso respiro puro e frizzante di quel mese di maggio ormai lontano

Anna Amoroso

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

Il libro corredato da  circa 150  documenti è reperibile a Tolfa, Allumiere, nei prossimi giorni nelle edicole e librerie del comprensorio. A Viterbo presso il Museo Colle del Duomo. Libreria “Il filo si Sofia” Santa Marinella.  Edicola della Stazione ferroviaria di Civitavecchia

Il libro è stato pubblicato a totale ed esclusico carico dei costi dall’autore