la fontana del papa

per chi osa sognare

Categoria: Contesto

libro: “La Fontana del Papa”

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Un sogno tanto vivido e particolare, da ricordarlo così ancora oggi.
Sono su un pianerottolo, in cima ad una scalinata, ho la luce alle spalle. Da lì in discesa sulle scale mi sollevo in un volo calmo. Vedo ogni cosa là sotto, il paese, la gente, il mare in lontananza, la chiesa, il palazzo Camerale, la “Fontana Tonna” … Le rondini mi accompagnano in quel sogno di maggio, il mese della prima comunione, l’aria fresca sulla pelle, ristora e rafforza il respiro … Quelle scale da cui parto … Sono le scale della Fontana del Papa. Riconosco quel pianerottolo e quelle scale un giorno lontano di giugno del 2000, quando con l’avvocato e la procuratrice … sono per la prima volta alla Fontana del Papa, quella che sarebbe diventata la mia casa.

2000 – La Fontana del Papa

Il nome è fortunato, la Fontana del Papa. La fontana è l’acqua, non grandi e ricche fontane con sculture di marmo di Carrara e ricchi ghirigori. La Fontana da queste parti è l’acqua che toglie la sete. Disseta chi lavora al sole di giugno raccogliendo il fieno per gli animali per l’inverno, chi sotto il sole estivo rassetta l’orto. L’acqua della Fontana del Papa dava sollievo ai contadini con la pelle bruciata dal sole che ritornavano a casa dopo una giornata di duro lavoro.
La Fontana è l’acqua e l’acqua è vita. “Del Papa” significa che è talmente buona da esserlo anche per un Papa.
Il territorio dei Monti della Tolfa nei secoli passati apparteneva allo stato Pontificio. Il Papa era il Dio vivente, padrone e signore. La Fontana del Papa da sempre zampilla un’acqua buona e leggera, la migliore che un Pontefice possa bere.
Di fatto è così: quest’acqua ha delle proprietà particolarmente benefiche, sgorga alla sorgente a quattordici gradi ed è filtrata da un tipo di rena che le attribuisce speciali virtù.
La Fontana del Papa apparteneva un tempo a una ricca famiglia, i Bonizi, che fino agli anni ‘50 circa vissero in un palazzetto a Tolfa. Avevano due molini, uno per le olive e uno per il grano, proprio qui vicino, dove l’acqua corre in ripide cascate formando naturali vasche o, come li chiamano qui, “bottagoni”, dove i ragazzi vanno a tuffarsi nelle calde giornate di estate.
L’ultimo dei Bonizi, un generale dell’esercito, visse la sua vita a Roma e della Fontana del Papa, come di tutte le altre proprietà, si occuparono i suoi contadini di Tolfa.

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Tanti tanti anni dopo sulla via del ritorno a casa, la luna risplende nel buio della notte. Arriviamo quasi vicino al paese, dietro una delle tante curve, un cavallo e il suo puledro trottano in mezzo alla strada. Dobbiamo accostare la macchina per evitarli, proprio sul bordo della strada davanti ad un cancello. E’ quello della Fontana del Papa.
Quella tarda sera di fine autunno, un’imperiosa, incantevole luna piena s’imponeva alta nel cielo attraverso l’aria limpida. Lontano, le luci elettriche disegnano il profilo di Tolfa. La luce intensa della luna cinge e traccia i contorni dell’antica Rocca. Davanti a noi, di là dal cancello, un chiarore sereno illumina il rudere della Fontana del Papa di fronte ai nostri occhi, le linee sono morbide e un vento schivo sfiora le chiome degli alberi. Un dipinto fatto di luci e contorni, di linee sfumate.
Un’immagine, un sogno lontano, attimi infiniti nel tempo, una visione “Ecco dove andremo a vivere e iniziare le nostre settimane di cucina, dove ospiteremo amici da ogni parte del mondo. E’ qui. Questa sarà la nostra nuova casa: la Fontana del Papa”

Il paese dove vivo

Questo luogo è strano “So primitive so near Rome.” ebbe a dire Teresa che veniva da Sidney.
Tolfa è così!
E’ stupenda vista da fuori, una natura selvaggia e lussureggiante, il paese attorno ad un castello diroccato. Le vecchie case, che si stringono intorno alla rocca, quelle dei contadini, sono piccole con finestre e porte a misura d’uomo e senza decori. La casa era il luogo del ritorno dalla campagna, dal duro lavoro del bracciante, del taglialegna, del carbonaro.
Gli antichi palazzi degli appaltatori dell’allume costruiti sul finire del 1600 e inizio 1700, case signorili con piano nobile e piani alti per la servitù, grandi portali e trame di pavimento in cotto. Le grandi finestre davano luce a chi il giorno lo trascorreva in casa e a chi viveva nell’agio. Alle donne che ricamavano e chiacchieravano.
In particolar modo il palazzo Panetti, dove ancora oggi, quando posso, ci torno la mattina presto per prendere il pane appena sfornato. Il profumo di quelle croste mi attira, il profumo dei maritozzi con la glassa che scivola sui lati a formare deliziose gocce di zucchero, la pizza col sale grosso e rosmarino ancora fumante. Il tepore dentro quelle stanze mi avvolge, i modi mansueti dell’umile fornaio riscaldano il cuore.
Nell’aria del primo mattino si respira un fascino di abbandono e di arrendevole degrado attraversando il grande portale con ancora il pavimento originale.
Ogni volta vorrei soffermarmi a guardare quelle vie quelle finestre chiuse, penso alla vita che trascorre lenta, al soffio fresco che solo le prime ore della mattina regala.
La campagna intorno concede panorami da far vagare la mente e il pensiero all’infinito.

Anna e il pane

Anna, bimbetta che dorme, avvolta in una vecchia e pungente coperta militare sui sacchi del farinaccio, un piccolo caldo pertugio s’era creato sotto il suo peso leggero.
I ricordi dipanano e rianimano di vita quelle porte sgangherate e abbandonate nei vicoli stretti delle case che si abbracciano attorno alle vecchie mura del castello dei Frangipane.
Lì, poco distante e di fronte al maestoso portale del Palazzaccio c’era il forno, dove la fornaia “la fija de la roscia” cuoceva il pane. Era il suo lavoro, la sera provvedeva a riempire il forno con lunghi pezzi di legno di ogni tipo, il migliore era l’ulivo, ma non sempre ce n’era di questo legno prezioso e così Bellino il poeta il marito della fornaia trasportava al forno, sulla groppa del suo asino, ogni tipo di legno, meno il castagno che avrebbe “schizzato” scintille sulle “coppie” di pane. La fornara era un lavoro particolare e faticoso, alle tre del mattino la fornaia si svegliava e dalla vicina casa di via ripa alta scendeva e, dopo poche decine di metri si trovava nella larga stanza, le fascine ormai ben asciutte e soprattutto secche dell’anno precedente e poste nel forno dalla sera avanti, velocemente il fuoco era acceso. Socchiusa la bocca del forno, una sbirciata al foglio dove c’era la lista delle donne che s’erano “segnate” a cuocere il pane, talvolta la fornaia usava un pezzetto di carbone per scrivere, la memoria era forte, un rapido sguardo al fuoco e via fuori, nel buio della notte riconosceva ogni casa, ogni porta. Un fragoroso picchio alla porta e uno strillo secco:- “ le quattro per le cinque!”- Le donne in fretta scoprivano il grosso impasto che veniva suddiviso in quattro cinque pezzi e collocato con una spolverata di farinaccio sulle tavole che il giorno prima avevano preso al forno. Tutto è pronto, le tavole venivano poste sopra la “curoja” ben appoggiata in testa, ben coperte e affacciandosi fugacemente uscivano di casa. Alle quattro del mattino il pane doveva essere al forno. Alle cinque si iniziava a cuocere. Non c’era il termometro e per sapere se il forno era a giusta temperatura, Assunta posava una foglia di cardo: se questa si appassiva, il forno era pronto, se invece la foglia diventava nera, era troppo caldo. Pochi attimi e la lunga pala di legno avrebbe nascosto il pane dentro quella bocca infuocata … ma prima c’èra la “conta” a chi sarebbe toccato il centro e a chi il lato e a chi l’entrata del forno. Il posto migliore per la cottura era il centro, ai lati cuoceva troppo, all’entrata cuoceva poco, nel centro era perfetto. La donne chiacchieravano e lavoravano ai ferri, talvolta accesi scambi di vedute, che la fornaia subito attenuava. Tra poco il prezioso e dorato cibo sarebbe stato sfornato e una volta a casa posto nella cassa del pane. Una volta finito di cuocere il pane e il forno era meno caldo, allora si cuocevano i dolci, molti cuocevano le mele e le pacche erano messe ad essiccare sulla parte posteriore esterna del forno. Deliziose erano le mele avvolte in pasta di pane. I tempi erano duri, Bellino faceva l’ortolano e tutta la roba dell’orto serviva alla loro tavola e alla vendita, quando c’erano tante uova, queste venivano “barattate” con un po’ di olio dall’Eva, il prosciutto era scambiato con il farinaccio, a casa rimaneva la spalla. Anna ricorda quei tempi con tenerezza e passione, l’acqua in casa non c’era, il bagno neppure. Il desinare era povero ma ricco di inventiva, le zucchine erano cucinate in molti modi, i fagioli erano il piatto principe, la carne solo poche volte e durante le feste ed è su quella vita di sacrifici che i figli hanno potuto capire il senso del rispetto del cibo, e che forse oggi non c’è più.

Un po’ di storia

Il nome Tolfa ha origine incerta, qualcuno dice che potrebbe derivare da “Tulphae”, sollevare, riferito alla sua posizione geografica. Oppure riferirsi al nome di un principe longobardo, forse Agilulfo o Ataulfo. Oppure, come dice qualcun altro essere semplicemente un nome Etrusco. Il territorio, con notevole ricchezza di ritrovamenti archeologici, risulta densamente popolato fin dall’età della pietra, del rame e particolarmente del bronzo Gli insediamenti abitativi si concentrano in luoghi ben circoscritti e difesi come la Tolfa; la Tolfaccia, Elceto e Monte Rovello; Anche lo stesso Monte della Rocca ospitò un abitato dell’età del bronzo. Segue un periodo di apparente abbandono o di meno intensa frequentazione, fino alla graduale rioccupazione del territorio da parte degli Etruschi, villaggi di piccole dimensioni, noti specialmente per l’evidenza dei rispettivi gruppi di tombe a camera, costruite con pietre o intagliate nel tufo a seconda del substrato locale. Dopo l’età romana, ben rappresentata nel territorio dei monti della Tolfa, poche le informazioni disponibili, fino alla prima menzione nota del nome della Tolfa, del 13 marzo 1201. Agli inizi del secolo XIII, nella sistemazione territoriale del patrimonio di San Pietro il territorio venne riconosciuto come proprietà della Santa Sede. Occupato dai viterbesi nel secolo XIV divenne feudo di Ludovico e Pietro Frangipane, che cinsero di mura l’abitato del castello della Rocca di Tolfa.

L’allume

I Monti della Tolfa divennero importanti intorno al 1460, con la scoperta di giacimenti di allume, Un funzionario dello Stato Pontificio, Giovanni Da Castro, notò la presenza sul territorio di piante di agrifoglio a significare che nel sottosuolo c’era questo sale minerale.
L’allume prezioso per varie lavorazioni fra cui quelle delle industrie tessili come fissatore di colori e nella lavorazione della lana, delle industrie della carta, nella lavorazione delle pelli e in medicina per le sue capacità emostatiche.
Lo sfruttamento industriale dei giacimenti di allume ebbe inizio nel 1462 e proseguì per oltre tre secoli.
Dopo il 1500 la produzione dell’allume entrò in una fase di intenso sfruttamento; Fu costruito uno stabilimento per la lavorazione del minerale con tanto di acquedotto e un villaggio per gli operai: Le allumiere e successivamente l’attuale paese di Allumiere. Che divenne Comune autonomo nel 1826. L’abitato attuale di Allumiere corrisponde a quello che fu il maggiore impianto di concentrazione e lavorazione del materiale alluminifero, realizzato durante la gestione del senese Agostino Chigi, in questi luoghi vennero edificate anche le abitazioni degli operai, molti di loro galeotti provenienti dalle pontificie prigioni cui veniva offerta questa particolare forma di franchigia.
L’industria dell’allume, determinò un improvviso sviluppo, nel 1530 Tolfa divenne comune autonomo e si allargò rapidamente oltre la cerchia muraria;
Le cave di allume portarono ricchezza sul territorio dei monti della Tolfa e il ricavato servì anche a finanziare la guerra contro i Turchi, come risulta, tra l’altro, da un atto notarile nell’Archivio Vaticano, datato 1513, che porta come titolo «Appaltum Alluminum Sanctae Crociatae».
Fino alla fine del 1700 le cave di Monti della Tolfa furono le più importanti d’Europa,
Dal 1788, inizia una profonda crisi economica a causa della scoperta di importanti giacimenti di allume in Spagna, e l’invenzione dell’allume artificiale.
Nel 1870 il territorio dei monti della Tolfa passa di proprietà dallo Stato Pontificio allo Stato Italiano. Gli abitanti di Tolfa ed Allumiere possono raccogliere i frutti della terra far pascolare il bestiame pagando un affitto all’Università Agraria l’ente pubblico che lo gestisce. Per certi versi l’uso civico ha preservato questo territorio nel tempo.

1984 – 2002 La nostra casa a Tolfa

Ci abbiamo vissuto per quasi vent’anni e qui i nostri figli sono cresciuti.
Situata nel cuore del paese di Tolfa ai piedi del monte della Rocca, le finestre davano sulla piazza vecchia e dallo studio uno splendido scorcio del castello, della chiesa e dell’imponente torrione di Sant’Egidio.
Un grande camino era al centro del primo piano, un’ampia cucina e la libreria, le camere al piano superiore con le finestre che si aprivano sul tetto verso il cielo. Era una casa calda e accogliente, i negozi ad un passo e il borbottio delle chiacchiere nel vicolo sottostante.
E’ stato piacevole abitarci, in inverno nelle luminose e terse giornate invernali, in estate con le persiane socchiuse un soffio leggero attraversava le stanze.
In primavera specialmente, con i miei figli ancora piccoli, salivamo su al castello della Rocca un’emozione unica e ogni volta diversa era sprigionare lo sguardo su quel paesaggio sconfinato e selvaggio che lontano ricomponeva terra e cielo.
Era il tempo dei sogni, il tempo dei progetti futuri, la bellezza di questa terra induceva a creare nella mente l’idea di quello che poi è diventata realtà.
L’Etruria, la Tuscia, questa terra intensamente abitata migliaia di anni fa dagli Etruschi, dove nelle campagne è facile trovarsi a passeggiare lungo una “tagliata”, una strada etrusca. La terra dove siamo nati, i luoghi dove siamo cresciuti, la campagna di cui anche e soprattutto grazie a chi viene da lontano, siamo riusciti a comprendere la grande peculiarità e bellezza, ma soprattutto che, valorizzandone alcuni aspetti poteva diventare una opportunità di vita e di lavoro. La preziosa e sana semplicità dei nostri cibi. La serenità che riserva una passeggiata in un ambiente intatto e millenario dove frutti e piante rare vegetano puntuali col decorrere del tempo e delle stagioni.

1994 – 2002 La cantina di Gemmetto

Lorne arrivò un giorno d’estate, doveva occuparsi di Emma che aveva quattro anni e di Luca che di anni ne aveva dieci. Andrea era appena nato.
Lorne era giovanissima poco più che ventenne bionda e bella. La sua terra di origine le Highland. Perfettamente disordinata ma determinata, provvedeva da sé alla sua camera. Spesso, da invadente madre Italiana intervenivo a mettere un po’ d’ordine. Il mattino Lorne andava con Emma e Luca al giardino comunale, mentre io mi occupavo del mio lavoro, insegnavo francese e inglese ai ragazzi rimandati a settembre.
Quei giorni d’estate si concludevano quasi sempre con lunghe passeggiate attraverso il territorio dei Monti della Tolfa. Ogni giorno luoghi diversi, la Farnesiana con la stupenda chiesa neogotica in rovina e il suo borgo, Cencelle e gli scavi, Piantangeli con i suoi resti dell’antica abbazia e il panorama fino ai Monti Cimini il cuore della Tuscia, la faggeta di Allumiere e le sue antiche miniere di allume, il Bagnarello con le sue acque bollenti e curative, l’Eremo della Trinità luogo preferito da Sant’Agostino, le tombe etrusche di Pian della Conserva… con lei devo dire “riscoprivo” questa mia terra. Nuove immagini si realizzavano nella mente, il sogno lontano incominciava a materializzarsi, vedevo attraverso gli occhi nuovi di Lorne ciò che avevo ogni giorno sotto gli occhi.
La sera poi, prima di cena, era ormai una consuetudine per Lorne andare con i bambini a comprare un litro di vino rosso alla “fraschetta”.
Le fraschette hanno un’origine antichissima. In epoca medioevale nacque l’usanza per i viticoltori delle campagne intorno a Roma specie nella zona dei Castelli Romani di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l’ingresso della cantina in modo tale da indicare che il nuovo vino era pronto da bere.
La cantina di Gemmetto era sotto casa nostra, nel centro del paese.
Arredata all’insegna della semplicità: le botti di vino dominavano l’ambiente, disposte su un lato, mentre per i clienti vi erano panche come sedili e tavolacci arrabattati. Poveri gli ornamenti lungo le pareti, ma vi erano esposte delle attrezzature tipiche per la realizzazione del vino. Infine in fondo al locale, la grotta, scavata nel masso, una roccia dura ma friabile e renosa, si snodava per un centinaio di metri con in fondo uno slargo, a una temperatura costante di 12°, dove era conservato “Gemmetto’s wine”, diceva Lorne, il vino di Gemmetto.
Il locale era sprovvisto di cucina, non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, del pane ed eventualmente del prosciutto e olive che servivano a preparare il palato alla degustazione del nettare di Bacco. Per tutto il resto, gli uomini locali (era molto raro che le donne frequentassero questi luoghi) arrivavano muniti di affettati o porchetta comprata alla vicina bottega di Alimentari e tra una partita a scopa, a briscola e a la morra degustavano il vino dell’annata. Lorne, con i bambini per la mano, indugiava nell’ascoltare il suono della voce degli uomini cantilenare i numeri al gioco della morra, osservare l’apertura del pugno tentando di indovinare la somma dei numeri delle dita spalancate.
Le abitazioni nel centro del paese hanno tutte queste grotte e cantine. Ogni famiglia ne aveva una. Erano scavate nelle lunghe giornate d’inverno, quando non esistevano altri divertimenti, quando il tempo doveva passare e non soltanto davanti al camino o in piazza a chiacchierare. Così si lavorava, si scavava la terra e il materiale ricavato era accumulato. Sarebbe servito ai mastri muratori durante la bella stagione per diventare malta utile a costruire e legare i muri delle nuove case. Queste grotte hanno ognuna una grandezza diversa dall’altra, dipendeva da quanto poteva spendere il proprietario della cantina. Più mani scavavano, più costava.
Una grotta in particolare sotto un antico casolare, dove si lavorava il formaggio. Le scale di discesa larghe circa un metro e mezzo e in fondo, dopo una trentina di scalini una grande stanza alta oltre i due metri e in un angolo un pozzo.
Con Lorne entriamo in questa grotta, anche se invasa di un’acqua limpida e trasparente, con le luci delle torce i colori della roccia riflettono sfumature di rosa. Non le avevo mai viste prima queste grotte. Al disopra, invece, l’antica “Caciara” ancora conservava le sistemazioni della lavorazione del sale, i muri intrisi dell’olezzo putrefatto del formaggio e gli effluvi salmastri del sale.
Come molti giovani che se ne vanno da soli per il mondo, Lorne era una ragazza piena di vita, puntigliosa, gioviale, una punta di rancore l’avvertivo, ma apparteneva al suo passato. Era sempre pronta a dire Ok ma poi le sue decisioni potevano essere anche altre. Una parte di lei non l’ho mai conosciuta, mi è sempre sfuggita. Eppure questa ragazza ha cambiato la nostra vita.
Abbiamo soltanto seguito un suo pensiero, imparato a “vedere” attraverso i suoi occhi, imparato ad “apprezzare” il grande valore della nostra terra.

“La Bucata”

Quando era il giorno stabilito di “bucata” le donne della Fontana del Papa seguivano un procedimento particolare. Si cominciava con il setacciare la cenere di fornelli e camini, che si era messa da parte nei giorni antecedenti. Non era cenere comune ma in prevalenza di olivo, cerro o olmo, escludendo accuratamente legni come il castagno perché ricco di tannino, elemento che avrebbe macchiato i panni. Il bucato veniva bagnato e strofinato con sapone di Marsiglia dove erano visibili le macchie più grosse, una specie di rudimentale prelavaggio. Un contenitore, il paiolo, veniva messo sul fuoco del camino per la preparazione dell’acqua che doveva essere bollente.
Sopra i panni si poneva un telo di cotone grezzo e robusto sul quale era sistemata della cenere.
Si versava, quindi, abbondante acqua bollente che, miscelandosi alla cenere e filtrata dal telo di cotone grezzo, arrivava a bagnare i panni. Il liquido così ottenuto, la liscíva, assicurava un’azione sbiancante e disinfettante sul bucato. Questo vi era lasciato in ammollo per un po’ di tempo, trascorso il quale veniva tirato fuori e ci si recava al lavatoio per la battitura e risciacquatura.
Chiaramente la cenere sullo straccio non era gettata via ma veniva fatta asciugare al sole ed anche usata per lavare piatti e stoviglie, in una sorta di riciclaggio perfetto, come perfetto era l’impatto ambientale, molto vicino allo zero.
L’inconfondibile odore di fresco e di pulito del bucato era ovunque dopo questo trattamento con acqua e cenere filtrata.
In primavera era una festa per gli occhi. I pesanti teli bianchi di lino, ricamati uno a uno con le iniziali delle spose, brillavano sul verde lussureggiante del prato assorbendo la fragranza delle erbe aromatiche, la mentuccia, la salvia, la lavanda. Un profumo stordente di pulito inondava le camere nuziali.

“Basilio”

Ormai vicino agli ottanta anni, è ritornato qui alla Fontan del Papa un giorno d’estate con sua moglie Luigina.
Sicuro il suo passo, commovente il suo incedere. Basilio ritornava alla sua storia, al suo passato, alla sua gioventù, al ricordo di sua madre Rosa e di suo padre Giovanni. La memoria è viva nella figura di suo padre con l’immancabile pipa di terracotta dove infilava una cannuccia, “quante volte dovevo recarmi in paese a comprargli il tabacco”.
Gli occhi, il cuore lo guidavano sicuro “ecco.. ecco.. li c’era il letto delle mie sorelle, loro dormivano nella stanza con mia madre e mio padre, di qua, due rapazzole i miei fratelli e io.
Il camino faceva fumo e la finestra mandava spifferi”.
Chiedo: – “il bagno, come facevate? – “… un secchio per la notte e poi là” una levata di testa ad indicare l’oliveto. L’acqua? … “eh quella pesava ogni volta e le mie sorelle la prendevano al fontanile e la portavano in casa. Quando ci si doveva lavare, si riscaldava l’acqua sul fuoco con un grosso callaro, un gettacqua sapone di Marsiglia e uno alla volta ci lavavamo, sempre davanti al fuoco. In estate invece ci si lavava ai bottagoni, ma solo noi maschi”.
Il lavoro era tanto dall’alba al tramonto.. in questo magazzino (“Cinabro”) ci mangiavamo, com’era buono tutto, quante bell’acquacotte, tanta frutta zuccherina.
In questa stanza invece (Pungitopo) mettevamo tutte le olive raccolte e ogni sera le spalavamo, le rigiravamo
In autunno con le castagne, la raccolta delle olive … cinque, sei, sette ragazze venivano da Tolfa , la mattina presto si cominciava .. no, altro che teli, con le mani si faceva tutto con le mani, un secchio ed un robusto sinale e le mani diventavano veloci rastrelli, le olive raccolte a grappolo dall’albero e una ad una quelle che cadevano a terra … le piante erano circa ottocento. Alla fine del raccolto poco prima di natale veniva il camion di Nunzio e trasportava tutto a Vetralla per farne un’unica macinata. Il molino aveva due grosse ruote in pietra, triturava tutto, macinava, impastava, poi con delle pale larghe circa una ventina di centimetri l’impasto era steso su dei larghi dischi di saggina. Il frantoiano seguiva tutto questo con gesti sicuri, non lasciava che sbavature fuoriuscissero da questi larghi cerchi, che andavano ad impilarsi uno ad uno sull’asse che le avrebbe pressate lentamente … molto lentamente: la spremitura. L’olio usciva raccolto alla base verso un canale ad imbuto … eccolo, eccolo il sottile filo d’oro iniziava a uscire, si ingrossava, diveniva verde cupo, l’olio era messo nelle larghe damigiane impagliate, via una via l’altra il camion ritornava con il prezioso carico di olio “un anno ne abbiamo raccolte addirittura 94 quintali di olive e quanto olio ..tanto.. che poi vendevamo a circa 300 lire al litro”.
Basilio illumina i sui occhi, quando racconta delle “noccioline”.. “le avevamo piantate proprio ai piedi del fontanile dove nasce l’acqua li e la terra è sempre umida, adatta per coltivare noccioline, le tiravamo su e appigliate alla radice venivano fuori ricchi graspi, ma proprio tante …a Tolfa le vendevamo a Boby … quanti soldi che ci dette quella volta … quanti soldi..!”
Era il 1940 quando Basilio venne ad abitare con la sua famiglia alla Fontana del Papa aveva 11 anni, ancora oggi, racconta “ Quando ci vivevo, non ho mai sofferto la fame, c’era tutto”. La proprietà della Fontana del Papa, a quel tempo era molto più estesa e comprendeva anche l’altro casale, e giù fino al fosso di Santa Lucia, i due molini fino al bagnarello Racconta Basilio:- “l’affitto che pagavamo per ogni anno era di cinquecentomila lire .. tanti soldi quasi l’equivalente del costo di una casa, ma quello che ne veniva da questo terreno era una ricchezza, gli animali ci aiutavano in questo, per la pulizia del terreno, le bestie mangiavano e concimavano, le vacche ci davano il latte che ogni giorno portavamo al paese
L’uliveto e il prezioso olio, l’orto, gli alberi da frutto per ogni stagione, noci, castagne le dolcissime prugne “goccia d’oro”, le ciliegie, nocciole, fichi, pesche, albicocche, more … la grazia di Dio era su questa terra.
Gli uomini lavoravano la terra e coltivavano l’orto, si occupavano del bestiame, insomma dei lavori più pesanti Le mie sorelle con mia madre non erano da meno nel duro lavoro della campagna, nell’orto e in casa. Si lavorava tutti insieme. Gli asini con le ceste erano i mezzi di trasporto per i prodotti che portavano al vicino paese.”
Nel 1951 Basilio e la sua famiglia furono costretti a lasciare la Fontana del Papa, ancora Basilio ne parla con amarezza.
Quando Basilio, appoggiandosi al suo bastone mi ha salutato per ritornare a casa, nel palmo della mano gli ho messo una pipa in terracotta rossa che durante i lavori avevamo trovato, Basilio mi ha guardato mi ha sorriso e ha detto: – “ma è quella di mio padre!” L’ha stretta in pugno e ha rivolto lo sguardo verso l’uliveto e il cucuzzolo del diruto castello, verso ricordi e affetti lontani, verso suo padre.

“Margherita ”

Il Generale Bonizi non ebbe figli, alla sua morte ogni sua proprietà passò alla signorina Margherita, la governante della famiglia. Questa aveva vissuto la sua intera vita al loro servizio nella casa di Roma.
Per una questione forse di pari condizioni sociali, dopo la morte del signore e padrone, fu forse difficoltoso riconoscere nella serva Signorina Margherita la nuova padrona. Lei dopo pochi anni, ormai stanca nel sentire di dover elemosinare i frutti della sua terra, un tempo abbondanti, decise di vendere.
Una società d’oltre oceano, aveva acquistato l’intera proprietà ma dopo pochi anni aveva abbandonato il tutto.
Per la Fontana del Papa iniziava un lento e inesorabile declino dovuto all’abbandono e all’incuria. Per alcuni anni il terreno è occupato da somari, vacche e cavalli, non coltivato e non mantenuto pulito. La sola pulizia era quella delle bestie che mangiavano le erbacce.
Il casale ormai abbandonato era in degrado, le grosse crepe sui muri infiltrano acqua durante la stagione piovosa mettendone a rischio la stabilità. I tetti formavano pericolosi incavi, sui muri si aggrappavano edere e vitalbe.
Un albero di fico selvatico fuoriusciva dal muro del cortile fendendo pericolosamente con lunghissime e grosse radici i larghi muri delle stalle dabbasso.
Dovevamo far presto, la Fontana del Papa stava per crollare.
Claudio ha un’idea geniale e a fine giugno 2000 finalmente prendiamo possesso della Fontana del Papa
Un caldo pomeriggio d’inizio estate la Fontana del Papa è nostra, ci siamo tutti: Luca, Emma e Andrea, Claudio ed io. La battaglia, per quanto dura, era appena iniziata.

“L’ulivo è il più ricco dono del cielo” scriveva Thomas Jefferson

Di fatto non sappiamo nulla dei confini del terreno, della sua conformazione, di quanto sia grande. L’uliveto è ormai una giungla, alberi di prugno e pero selvatico, vitalbe diventati tronchi giganti, edere, rovi …
Ci sediamo “al pensatoio”, un enorme sasso appoggiato poco prima di un dirupo, in inverno si ricopre di morbido muschio e in estate sotto l’ombra degli ulivi regala una visuale estesa sulla valle dell’Etruria fino alle sommità dei monti Cimini.
Claudio ed io. “Come facciamo …. Da che parte cominciamo? La pulizia degli ulivi è indispensabile e la più importante delle cose da fare, prima che il mortale abbraccio che li avvolge abbia la meglio”.
Siamo solo noi, noi due soltanto. Con un decespugliatore Claudio incomincia a liberare gli alberi di ulivo intorno al casale e alla Fontana, con una roncola io tiro via e ammucchio. Continuare così però era come sperare di svuotare il mare con un bicchiere, non ce la potevamo fare. Solo mio padre viene a trovarci ti tanto in tanto, è preoccupato, vorrebbe poterci aiutare ma la sua età glielo impedisce, eppure ci da coraggio, “ce la farete ragazzi!” le sue parole ci danno la speranza e la forza ad andare avanti.
La passione per quello che stavamo facendo, l’amore per la natura che ci circonda, ci consente di riconoscere gli alberi dalle esili e tenere foglie, le uniche che riescono a respirare oltre il buio.
Riusciamo ad avere un vecchio e arrugginito trattore (lo chiameremo “Domé”) e con una potente trincia Claudio riesce a pulire il terreno sottostante e non senza difficoltà. Gli alberi d’ulivo, ormai allo stremo vengono liberati uno a uno dagli intrecci di edere e viluppi di vitalbe. Ogni pianta, giorno dopo giorno sembra ritornare a emanare un soffio caldo e leggero. Il respiro della vita attraversa i rami che torneranno presto a dare il prezioso frutto.
C’è l’albero della Signora, del gomito, del Cristo, della colomba, del passero, tutti hanno un’immagine, una storia e per noi un nome.
Il DNA delle piante di ulivo viene studiato al Centro Nazionale Ricerche di Perugia. Il Professor Fontanazza, Direttore dell’Istituto Ricerche sull’Olivicoltura, constata personalmente nel gennaio 2001 il grave stato di abbandono. L’uliveto è impenetrabile. La cultivar risulta essere rara o forse modificata nel tempo, adattata alle temperature di questi luoghi.
Una cultivar simile si può trovare in Umbria in zone montane e, di fatto, gli ulivi sarebbero stati piantati da frati provenienti dall’Umbria.
Durante i lavori di restauro del Casale, richiedo alla Soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale la presenza di un archeologo che possa aiutarci meglio a capire la storia di questo luogo. I cocci ritrovati durante gli scavi, specialmente all’interno del casale e nelle adiacenze della Fontana sono tanti e di vario interesse e periodo.
Nelle stanze recuperiamo cocci di piatti e brocche con disegni tipici della zona di Deruta in Umbria, e ampolle in ceramica da farmacia. Ecco spiegato: i frati provenienti dall’Umbria avevano coltivato questo terreno e piantato gli alberi d’ulivo. Venuti alla Fontana del Papa, in un periodo presumibilmente risalente all’epoca della scoperta dell’allume e coincidente al periodo di ricchezza economica della zona dei Monti della Tolfa, trovarono nella zona intorno alla Fontana del Papa un ambiente naturale e perfetto, la terra renosa adatta alla coltivazione dell’ulivo, il terreno fertile e ricco per la coltivazione dell’orto e di erbe medicinali e l’acqua, la preziosa acqua.
Le stalle di sotto, dove ora c’è la cucina e l’atrio, sono state costruite in data molto anteriore alla loro venuta. Testimonianza ne è il ritrovamento di numerosi pezzi di anfore romane sparsi nelle zone circostanti il casale e la Fontana.
I frati ampliarono il casale seguendo le loro esigenze. Dove c’è la cucina vi era una piccola cappella dove, prima di procedere con il restauro erano visibili i resti di una volta a crociera e una piccola finestra incorniciata di mattoncini di cotto, nella stanza accanto probabilmente il refettorio, accanto il cortile e all’interno un piccolo ricovero per gli animali domestici e la stalla per gli asini e i cavalli.
Il piano superiore ospitava i magazzini. In queste stanze, durante i lavori di scavo scopriamo pietre levigate che formano canali di passaggio per l’acqua proveniente direttamente dalla sorgente a monte. I frati avevano l’acqua in casa.
I fratelli coltivavano ulivi ed erbe medicinali tanto che, ancora oggi, a un occhio attento è possibile vedere nascere nel terreno pregiate e rare erbe curative.
Anni di lavoro intenso. Tanti, tanto è servito per pulirlo
Anche la struttura architettonica del Casale della Fontana del Papa è inusuale per queste parti, molto simile ai casali di campagna umbri e toscani.
—o0o—
A gennaio del 2001 siamo proprietari della Fontana del Papa.
E’ un sogno che diventa realtà, su quel terreno e quel casale abbandonato, la realizzazione di un progetto, tanti ospiti da ogni parte del mondo, l’uliveto pulito, prosperoso e pieno di frutti. Vediamo la nostra casa, i nostri figli crescere…
Un affare ma anche un grosso impegno dove mettiamo tutto quanto possediamo. Proprio
tutto.
L’indice di edificabilità è pressoché nullo, terreno agricolo. Noi non vogliamo costruire. Vogliamo recuperare quello che c’è. Amiamo la campagna rigogliosa e straordinaria, vivere nella nostra terra; siamo legati ai luoghi, dove siamo nati e i nostri figli sono cresciuti. Inizia un periodo di lavoro intenso e continuo, non ci furono più domeniche e feste, solo impegno e tanta fatica.
Purtroppo iniziava anche qualcosa che mai avremmo immaginato potesse accadere.

2002 – La casa nel bosco

Dopo aver venduto la casa di Tolfa, prendiamo in affitto una villetta nel bosco. La prima che troviamo disponibile è una casa utilizzata dai proprietari per le vacanze, in estate fa fresco ed è piacevole abitarci. Il giorno eravamo tutti impegnati ma la sera ci si ritrovava riuniti. Ma l’inverno fu terribile! I ragazzi ancora lo ricordano come l’anno in “Siberia”. Non vedevano l’ora di uscire la mattina per andare a riscaldarsi a scuola. I caloriferi, forse vecchi e poco usati, non funzionavano e l’unico punto di calore era un piccolo camino. Le camere erano gelide e noi si dormiva vestiti di calze, calzettoni, doppio pigiama e talvolta anche un cappello di lana.
Terribile era quel freddo. I ragazzi rimpiangevano la vecchia accogliente casa dove avevano trascorso sereni la loro infanzia e ne soffrivano. La mattina, accendevamo una stufetta nel bagno ma non era mai sufficiente. Così appena svegli si era già tutti pronti per la colazione e per scappare da quella casa.
Una mia particolare abitudine è di alzarmi molto presto per lavorare al computer. Anche quell’inverno mi alzavo presto. Infilavo un giaccone, guanti che lasciassero libere le dita e con una coperta sulle gambe mi sedevo e iniziavo il mio lavoro. Nelle giornate d’inverno la temperatura in casa scendeva a nove gradi.
Così, non appena fu possibile fuggire dalla villetta nel bosco fummo tutti molto felici.
I ragazzi però non sarebbero potuti venire con noi alla Fontana del Papa. Non c’era niente per accoglierci tutti. Ma era anche il momento dei sopralluoghi, delle ordinanze di demolizione, delle dichiarazioni di falso, delle preoccupazioni, della paura e in più non avevamo nè luce nè telefono. La nostalgia dei nostri figli ci prendeva specialmente nei momenti in cui finivamo il lavoro e il pensiero si liberava dai tanti altri problemi. Il tempo è passato, è diventato solo un brutto ricordo per tutti noi.

2002 – 2004 Il restauro del Casale

Grazie alla nuova disponibilità economica avuta dalla vendita della nostra vecchia abitazione e l’esigenza per noi e i nostri figli di una casa, iniziamo ad aprile del 2002 la ristrutturazione della Fontana del Papa.

C’è tanto da fare, il casale versa in gravissime condizioni, i muri sono ancora in piedi, legati da una malta che ormai è polvere. Durante i lavori di rinforzo non era raro scoperchiare nidi di sorcetti di campagna e di frustoni arrotolati tra gli incavi dei sassi. Manca ogni cosa, tutto deve essere fatto, dalle fondamenta da fortificare ai tetti da smantellare e ricostruire.
Il primo gruppo di muratori, dopo soltanto una settimana decide di abbandonare il lavoro “Troppo complicato, pericoloso e costoso, ce li avete tutti questi soldi?” -“Si abbiamo venduto la casa poi prenderemo un altro mutuo e molti dei lavori li faremo noi stessi.” Il muratore alzò le spalle e ci salutò con un sarcastico sorriso. Non parlò! Ma ‘espressione era chiara: ..poveri e pure illusi…non ce la faranno mai..
A ripensarci, una certa incoscienza ci guidava, c’eravamo avventurati in una storia dove la nostra economia era assolutamente inadeguata, dove eravamo soprattutto soli, dove i nostri sogni superavano di gran lunga ogni nostra concreta possibilità.
Non abbiamo mai esitato dinanzi alla bellezza dei nostri sogni. Abbiamo avuto fiducia in noi stessi e lavorato. Per gli altri sarebbe stato facile trovare mille ragioni al nostro fallimento.
In paese ci danno per matti, “chissà cosa penseranno di fare?”, abbiamo difficoltà a trovare gente che venga a lavorare.
I muratori locali li vediamo indecisi alla nostra proposta di lavoro, vengono a vedere poi quando li richiamiamo per avere la risposta …non possono, hanno altri impegni. Qualche ditta edile del comprensorio ci spara preventivi da capogiro.
Alla fine metto un annuncio su un giornale, si presentano due peruviani, Ramon e Edoardo, padre e figlio. Compriamo un’impalcatura, i materiali, l’attrezzatura e iniziamo finalmente a lavorare.
Le operazioni di ripresa dei muri erano eseguiti con grande considerazione dello stato pericolante, enormi tiranti erano posti a riprendere e bloccare la struttura principale che si apriva verso i quattro lati. Una cura particolare era posta all’uso dei materiali già esistenti.
Il geometra al quale avevamo affidato l’incarico di seguire i lavori di ristrutturazione, un giorno d’inizio estate 2002, inaspettatamente, ci informa che abbandona la direzione dei lavori. I tetti non sono ancora completati. Alcuni dovevano essere smantellati e bisognava recuperare uno a uno coppi e mattoni di cotto (pianelle). Non capiamo ma iniziamo a pensare che qualcosa non andava.
Nonostante ci troviamo senza direttore, proseguiamo i lavori, i solai di legno sono smontati e accatastate tavole e travi che riutilizzeremo per le porte.
Abbiamo bisogno di una casa per riunire tutta la nostra famiglia, riportare i nostri figli a casa.
Edoardo e Ramon si rivelano mastri muratori perfetti, sanno lavorare proprio bene, un po’ pigri talvolta, ma nel lavoro di rafforzamento delle antiche mura non avrebbero avuto eguali. In loro era il gene degli antichi Incas. Poi ci sono due operai e noi: manovali e supervisori.
Sono posizionate nuove e pesanti travi di castagno. Le pianelle di cotto e i vecchi coppi rimessi dopo adeguati interventi d’isolamento dei tetti.
È consolidata la struttura, le coperture tornano all’originario aspetto. I tetti e i vecchi coppi sono ripuliti uno a uno, splendono la luce del sole e luccicano sotto la pioggia. Mi rivedo su quei tetti, a cavalcioni su una trave prendere i mattoni e collocarli uno dietro l’altro sui travetti.
Claudio aveva predisposto ogni attrezzatura per lavorare in totale autonomia, come materiali per muratori, idraulica e un bob-cat per spostare oggetti pesanti. Partecipiamo a ogni lavoro con emozione e un’energia che ci sorprende e spesso ci chiediamo “ Ma da dove viene?”
Gli ulivi, disposti a corona dell’antico Casale e ormai slegati dal fatale abbraccio, risplendono un verde perlato. Man mano rifondono vita e forza, li sentiamo, lo percepiamo ogni volta che ci sediamo a chiacchierare alla loro ombra.
Non c’è stanchezza quando si ama il proprio lavoro, quando realizzi un progetto, quando credi in un sogno. Come quando si è innamorati e si tira dritto per la propria strada senza vedere altro, non volevamo pensare, non “volevamo percepire” che un’attenzione morbosa e sleale stava per serrare intorno a noi un laccio… una pastoia …

Una sera di quel tardo ottobre, esausti dopo una lunga giornata di lavoro e di raccolta dei pochi ulivi, eravamo seduti nell’uliveto, sentiamo dei rumori, Bartolo, il nostro bob-tail, abbaia e si dirige verso il casale, con grande sorpresa vediamo due uomini in divisa, all’interno del cortile dove era stata scavata la terra accumulata nei secoli che copriva tutti i muri ormai visibili. La sorpresa di quella inaspettata visita e ci fa solo dire. “buonasera!… I due evidentemente stupiti che, data l’ora quasi buia, noi fossimo ancora lì quasi balbettano “stiamo solo guardando” Il fare circospetto svelava altri intenti, chissà forse vedere cosa stessimo facendo e a nostra insaputa, tant’è che il loro fuoristrada era parcheggiato sulla strada distante e ben nascosto!
Era l’inizio, non lo sapevamo! Ma la denuncia sarebbe arrivata di li a poco!
Sempre senza direttore dei lavori e con i tetti finiti, iniziavano tutti i nostri guai.
Devo richiamare alla mente alcuni episodi. I precedenti proprietari avevano richiesto la concessione per ristrutturazione, (Fig.4-5) il funzionario del Comune aveva concesso la manutenzione straordinaria. (Fig.5-6) Una differenza sostanziale tra quanto richiesto e quanto invece concesso. La ristrutturazione o recupero o restauro prevede tutti quei lavori che, di fatto, dovevano essere eseguiti e cioè smantellamento e rifacimento. La manutenzione invece può permettere soltanto piccoli lavori interni di rifacimento e non per esempio il risistemare i tetti ed i solai. Il progetto consegnatomi dal Comune con la concessione per la “manutenzione straordinaria” a fare i lavori, risulterà poi incompleto e costituito da fotocopie su fogli uniti tra loro con nastro adesivo e senza timbro nei punti di congiunzione e men che meno asseverato dal tecnico. (Fig.149 -150) Che pensare? Il Tessitore aveva iniziato già ad ordire la sua trama.
Domande che a quell’epoca non ci facemmo proprio, non “vedevamo” il diavolo, e perché mai avremmo dovuto. Neanche il direttore dei lavori ci aveva fatto notare l’irregolarità della Concessione Edilizia.

2002 Demoetnoantropologico

I primi di novembre, tra capo e collo, mi arriva la denuncia/esposto, inviata a vari enti quali I carabinieri, il Comune, la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria meridionale, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, e per il Paesaggio Patrimonio Storico, e artistico e Demoetnoantropologico per il Lazio. (Fig.8)
Demo-etno-antropologico? E che c’entra? La demografia, l’etnologia, l’antropologia? Del firmatario sappiamo che ha forse una mezza licenza elementare vecchia più di sessant’anni. Come ha fatto a scrivere a macchina se, nella sua vita ha sempre adoperato e usa solo la zappa? Non lo conosciamo. Non ci abbiamo mai parlato. Che cosa significava tutto questo? Qualcuno ha scritto per lui? Perché?
Solo dopo molto tempo, guardando attentamente tra le carte, trovo altri documenti, quasi identici a questa denuncia. Stesso stile, stesse “espressioni” e parole uguali in alcuni passaggi, forse pure la macchina da scrivere è la stessa? Su quegli atti la firma era di un altro personaggio. Perché?
Siamo sconcertati. Perché? Era un modo per metterci in difficoltà? Che volevano da noi?
A fine novembre, di mattina, i Carabinieri, il Corpo Forestale dello Stato, il Comando dei Vigili Urbani e il geometra dell’Ufficio tecnico comunale vengono alla Fontana del Papa per eseguire il sopralluogo d’ispezione.
Nessuno ci aveva avvertito che sarebbero venuti.
Soltanto un padre di famiglia, che ora non c’è più, si preoccupò di farmi sapere che qualcosa di molto grave stava per avvenire mi disse: ” Stai attenta! Sono capaci di tutto, e domani ci sarà un sopralluogo, state molto attenti…c’è una denuncia molto grave a tuo carico”.
“Perché? Cosa vogliono? Chi mi ha denunciato?” gli chiesi … tirò un sospiro -“su quel terreno, su quella casa forse ci sono altri progetti che non sono i vostri, sarà molto dura spero che ce la farete”
Il gruppo, ognuno con le auto istituzionali d’appartenenza, invade il grande prato di fronte alla fontana e a casa, dalla strada appariva una bizzarra scenografia da film poliziesco. Non ci colse di sorpresa perché dal giorno precedente già sapevamo, ma vedere tutto quello schieramento ci fece sentire comunque un pò come dei ladri!
“Che avranno combinato?” si saranno sicuramente chiesti i tanti che erano passati di là quella mattina per andare al lavoro.
Davanti agli occhi passa veloce l’immagine di un famoso dipinto di Goya “LE FUCILAZIONI DEL 3 MAGGIO 1808”.
La scena è all’aperto. Come da noi. Sullo sfondo sono presenti un paese e una collina. Come da noi.
In primo piano son raffigurati i cadaveri che scorgo nel calcinaccio, nei sassi, nelle pile di mattoni a sghimbescio, la betoniera, sacchi di cemento, polvere, cazzuole sparse e pale … Come da noi.
Alla sinistra ci sono i condannati, che siamo noi, e a destra il plotone di esecuzione che sono loro in divisa scura. La parte sinistra è quella dei buoni infatti, è quella più luminosa. Siamo noi. La parte destra è quella dei cattivi perché è la parte meno luminosa. Sono loro.
Non imbracciano i fucili. Hanno carta, penna e macchine fotografiche. La luce proviene da noi stessi che siamo i perseguitati. Ancora non siamo inginocchiati ma lo saremo tra poco. Attiriamo subito lo sguardo di chi è davanti a noi. Siamo vestiti di bianco, siamo i combattenti colpevoli di non tenere i piedi per terra ma piuttosto la testa tra le nuvole, siamo di cattivo esempio. Dobbiamo essere fucilati . Ci sentiamo due poveri cristiani e forse in quei momenti lo siamo davvero.
Ci siamo pensai, “Questo è il reparto dei ricognitori poi verranno i fucilatori”. Siccome quello che mi viene in mente dico, esclamai ad alta voce “Il plotone d’esecuzione quando lo organizzate?”.
Uno di loro mi rispose seccato “ Stia attenta, Signora a quello che dice!”.
Riguardo alla Soprintendenza Archeologica, i lavori di scavo erano stati sempre seguiti dietro nostro esplicito invito dall’ispettore di zona e i reperti consegnati al Museo Civico di Tolfa. (Fig.18)
Il gruppo che ci aveva tanto impressionato relazionò. (Fig. 9-10)
Il geometra del Comune, tre giorni dopo aver firmato l’atto con tutti gli altri, redige un’altra relazione e riporta di aver verificato che sono stati fatti da parte nostra gravi abusi edilizi e con misure che ancora mi chiedo dove avesse preso. (Fig.11) La relazione del Geometra finisce in Procura, il castello di accuse a nostro esclusivo danno si andava creando. (Fig.16-17) Il geometra, oltre che competente e sottile scrittore, con i numeri sbriglia la fantasia. (Fig.11)
Noi dovevamo cominciare a pensare a difenderci, dimostrare il contrario. Non sarebbe stato facile.

2003 La nostra nuova casa

A inizio primavera del 2003 Claudio ed io andiamo ad abitare definitivamente alla Fontana del Papa, i lavori si protrarranno fino all’estate del 2004. Il giorno si lavorava di lena e poco era il tempo per pensare, ma i problemi e le inquietudini erano sempre con noi. Non ci abbandonavano. Il bello è che non avevamo il tempo di parlarne, ed era una fortuna.
La Fontana del Papa era ancora un cantiere e un’unica stanza era completata con porta, finestra e bagno. Non avevamo né telefono né luce, tutte le altre stanze erano da fare da capo a piedi, insomma c’era da fare tutti quei lavori interni che richiedono tanta pazienza, tanto impegno e non meno ingegno.
La nostra giornata iniziava all’alba, si procedeva con le varie attività. Sistematico era il posizionamento in ogni stanza del riscaldamento a pavimento, io mi occupavo dei vari anelli da creare e Claudio collegava i terminali. Avevamo optato per questa scelta per una questione di risparmio energetico. Un lavoro più elaborato e costoso ma sicuramente con migliori risultati. Poi le varie tubature nei bagni, le misure da prendere, qui andrà questo, qui andrà quello, gli intonaci, dove necessario, i pavimenti, la pittura, le porte, le finestre, i corrimano e le ringhiere.
Una volta concluso un ambiente si passava oltre, le stanze iniziavano ad avere una forma e un colore.
I muratori si occupavano delle cose più difficili per noi, come gli intonaci, le riprese dei muri, i solai, i massetti, noi da un lavoro all’altro con sempre tanta passione e forza.
Una storia a sé era quando dovevamo fare il pavimento.
Abbiamo utilizzato il cotto che è l’unico possibile e caratteristico di questa regione, l’Etruria. Rigorosamente le misure delle terrecotte corrispondono a quelle che avevamo recuperato, ma essendo di numero esiguo rimangono a modello e utilizzati poi su quasi tutti i davanzali delle finestre.
In quel periodo, durante le laboriose ricerche di materiali che corrispondessero alle nostre esigenze, sia per prezzi ragionevoli sia per qualità, abbiamo visitato una grande quantità di chiese della Tuscia, questa regione a sud dell’Etruria.
Non volevamo riprodurre un anonimo rivestimento, ciò che sarebbe accaduto se invece avessimo affidato l’incarico a un posatore. Un pavimento tutto uguale sarebbe stato veloce e quindi meno costoso. Essendo noi stessi a realizzare i pavimenti, dopo aver “rubato con gli occhi” a Edoardo il “come si fa”, avevamo una ricchezza in più, il tempo e il cuore di voler creare una cosa bella. Un’altra fonte di ricchezza cui attingere che non abbiamo mai sperperato.
Con i pavimenti abbiamo dato grande spazio alla nostra immaginazione e fantasia. La passione per ciò che abbiamo fatto e in cui abbiamo creduto è stata per noi un grande dono.
In ogni ambiente era riprodotto un disegno unendo il cotto giallo, rosato e rosso.
Avevo anche procurato un libro sui castelli e chiese medievali dell’Etruria, e lì allora il genio ha spaziato. Un incastro di ricami e di luci, che solo la calda sfumatura del cotto riesce a dare, prendeva forma in ogni luogo. Elaboravamo su carta un disegno con vari colori e misure. Claudio poi procedeva con la posa, l’operaio ne ritagliava i profili, metteva i mattoni nell’acqua e li disponeva pronti per la sistemazione. Un intreccio di colori si dipanava e irraggiava fasci di luce che entravano da finestre e porte che non c’erano.
La stuccatura degli interstizi tra i mattoni era una mia prerogativa. “Guazzavo” con una larga spatola ponendo la massima attenzione alla totale riempitura delle fughe.
Dopo alcuni giorni, quando le stuccature erano completamente asciutte, iniziavo la ripulitura delle superfici del cotto servendomi di una macchina lavapavimenti. Acido muriatico e tanta acqua che un aspiratore riprendeva prima di essere riassorbita dal cotto poroso.
Nessuno poteva entrare in quella stanza aperta di giorno e chiusa la notte, il pavimento doveva asciugare perfettamente. Dopo un paio di settimane, se il tempo era bello, procedevo con una stesa di abbondante quantità di olio di lino crudo. Il mattone arso impregnava velocemente, e ancora olio fino a veder brillare i cotti. Trascorrono altri giorni e procedo con l’aggrappante, che legherà cera ed olio di lino, ancora altri giorni per asciugare e infine la cera che chiude i pori del cotto che brillerà al riverbero della luce.
Ed ecco che accostamenti di mattoni formavano splendidi tappeti, e i disegni si materializzavano sotto i nostri occhi.
E’ tempo di mettere le porte e le finestre. Quasi tutte le finestre sono realizzate in legno di castagno. Raffaele, “l’Asse de Coppe”, con le vecchie tavole dei solai realizza le porte esterne alla stessa maniera del nonno e del padre da cui aveva appreso i segreti del mestiere di falegname. Le porte sembrano le originali tanto il legno è indurito dagli anni e lavorato bene. La maniglieria andiamo a comprarla in Umbria a Città di Castello. Le porte interne invece le compriamo a Siena, tutte in castagno, lucide e rifinite costavano troppo. Abbiamo un’idea “ Compriamole grezze, daremo il mordente, dopo una volta asciugate la cera, lavoreremo di gomito.” il risultato finale è eccellente, tanto che, chi ce le ha vendute disse “A essere onesto preferisco le vostre.”
Eravamo soddisfatti, ogni lavoro procedeva e si terminava, Claudio si occupava di tutta la parte idraulica e della sistemazione delle tubature, dei rubinetti del riscaldamento. Sulla parte elettrica siamo meno fortunati, è un andirivieni di elettricisti, lì ci capiamo poco più di niente.
Trascorrono i giorni di quella lunga e intensa estate del 2003. Il giorno un panino, della frutta, un caffè e di nuovo al lavoro. La sera un sonno ristoratore ci prendeva e ci restituiva la forza di essere pronti a ricominciare il giorno dopo.
Il mattino era un momento particolare. I colori dell’alba che annunciavano il nuovo giorno, erano la nostra sveglia.
Nella stanza, che chiameremo poi Cinabro, ritroviamo un camino murato, che riaperto, è stato sempre l’unico camino che non ha mai fatto un filo di fumo. Si trova nella stanza dietro alla Fragola, giusto dietro la camera dove dormivamo. Il camino era chiuso a sassi sul fondo, vi era una grande lastra di peperino nero ben squadrata, sicuramente era il coperchio di una delle tantissime tombe etrusche disseminate nel territorio dei Monti della Tolfa. Molti di questi resti sono ancora visibili sui muri delle case del paese di Tolfa e per lo più usate come testate d’angolo data la precisione dei tagli. Avevamo pensato bene di riutilizzarlo e, con un filo ed empirici cunei di legno, lo avevamo tagliato e ne avevamo ottenuto tre grandi pezzi che divennero la base del camino. Riutilizzando quanto era disponibile, il risultato fu un grande e accogliente focolare.
Il primo inverno che abbiamo abitato alla Fontana del Papa non avevamo il riscaldamento, l’unico punto di calore era il camino della stanza del Cinabro.
Ci alzavamo molto presto e la prima cosa da fare era riaccendere il fuoco per preparare la nostra colazione.
La sera precedente sistemavo un fascio di legna vicino al camino e mettevo pochi pezzetti di legno vicino al fuoco in modo da avere per il giorno seguente la legna pronta a riaccendersi in pochi attimi.
Non avevamo la cucina, la bomboletta da campo era spesso esaurita e per ricaricarla non c’era mai tempo. Così mi adattavo.
Scoprivo un poco la cenere a riprendere i carboni ancora ardenti e non consumati dalla sera precedente, sistemavo dei pezzetti di legno sulla brace, preparavo la caffettiera con il caffè e la posavo sul fuoco. Dopo poco un profumo si espandeva tutt’intorno ed era un invito allegro al nuovo giorno e alle tante cose da fare.
Il pranzo spesso era cuocere alla brace il panonto opportunamente spolverato con del finocchio selvatico e sale grosso. Il pane veniva unto con gocce di grasso sciolto sulla brace di legno di lauro, le salcicce o le braciole, la pancetta o il guanciale. Il pane tagliato a fette, la fame e un buon bicchiere di vino rendevano questo pasto uno dei più gustosi. I nostri ragazzi ci raggiungevano di tanto in tanto.
Erano attimi felici. Claudio rideva, partecipava con le sue battute divertenti con i manovali e i muratori, talvolta generando lunghe risate di cuore.
Bartolo era con noi, ci ha accompagnato muto e partecipe, fido amico, nel bene e nel male. Un giorno di maggio del 2008 a raccogliere tutto il nostro dolore, se n’è andato. Ora riposa sotto un ulivo, nel punto che guarda verso il mare e le montagne dell’Appennino. Nel punto più alto dove il sole arriva per primo, dove il vento alita lieve

2003 Arriva la primavera e con l’estate i guai

Abitiamo da poco alla Fontana del Papa è maggio del 2003. La macchina della giustizia ormai era partita il Sostituto Procuratore chiedeva chiarimenti se ci sono opere in assenza di titolo e tutti i nulla osta da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo (Fig.13). L’architetta, l’ingegnera e il Vigile, arrivano alla Fontana del Papa. Dicono di dover misurare. Girano un po’ qua e là, misurano la facciata, parlano poco, sono incerti. Vanno via abbastanza subito. (Fig. 20-21) Dopo poco meno di un mese ritornano, questa volta sono equipaggiate di una canna da pesca, una fettuccia e una cartellina che funge da scrittoio e un fare, questa volta, molto più sicuro. (Fig. 22-23-24)
Rivedo quelle scene, quelle facce. Rivivo quelle sensazioni di disorientamento. Non capivo. Claudio ed io non capivamo.
Le argomentazioni delle due tecniche non corrispondevano ai loro pensieri. Di questo ero certa.
Ripercorro il filo dei ricordi, lo smarrimento vivido di quei giorni di prima estate.
Il geometra disegnava un abuso edilizio. Sicuramente si era sbagliato.
Ora però qualcosa non quadrava.
Che pensavano le due donne? Che dovevano fare?
Le misurazioni delle due tecniche andarono avanti per l’intera mattinata. (Fig.23-24)
Fettuccia, matita per scrivere e gomma per cancellare e una canna da pesca lunga sette metri, sarebbe servita per misurare le altezze. L’architetta riportava le misure. L’ingegnera tirava la fettuccia. In qualche caso l’aiutavo e le seguivo, nonostante sentissi la mia testa aggrovigliata in una matassa di considerazioni cui mancava il filo, intrappolata in questo gomitolo scomposto con i pensieri che osteggiavano ogni via d’uscita.
Sul finire di quella mattina di giugno 2003, il sole a picco, l’architetta non beve alla sorgente. Rifiuta l’acqua che le porgo. Bagna le mani, prima una e la passa sul braccio partendo dall’incavo del gomito, poi l’altra sull’altro avambraccio. I movimenti erano lenti, il mento rialzato.
L’acqua scorre e porta via, lava la coscienza pensai, la osservavo, labbra sottili, profilo lesto a ghermire, ho un brivido di cattivo presagio.
L’ingegnera, invece accetta il bicchiere che le porgo.
Dopo pochi giorni viene un collega delle due tecniche che conoscevamo abbastanza bene.
Claudio ed io siamo soli. Dandoci le spalle, dice : -“Non ce la farete mai a risolvere questi problemi penali, vi occorreranno tanti soldi, voi non li avete, l’iter legale è lungo, non potrete mai lavorare senza permessi. Vi conviene vendere”.
Ci guardiamo meravigliati “Vendiamo?!… Quell’americano ci offre due miliardi (di vecchie lire.)”
All’istante quella persona si gira verso di noi, ci guarda con l’espressione di chi ne sa di più, dice: – “ Noo. Con tutti i problemi che ha sopra questo casale non vale più di 800 milioni”.
Ci sorprese quella cifra, corrispondeva all’esatto importo dell’ipoteca sulla nostra proprietà.
Una mattina dei primi giorni di Luglio, in Comune ero davanti ad un ufficio … sento due persone chiacchierare tra loro, capisco che ero io l’argomento del loro discorso, mi fermo, una dice “Se questa storia va avanti l’unica che si salva è lei.” Entrai, aveva il mio fascicolo in mano. Che intendeva? Perché quella considerazione? Che c’era dietro tutta questa storia?

2003 Ostacoli considerevoli e da più fronti

Per qualche incomprensibile e misterioso motivo noi andavamo avanti, una grande energia positiva ci teneva forti e uniti, pensavamo solo di portare a compimento ogni lavoro, mettere le porte, le finestre, riunire la nostra famiglia, e nonostante tutto il futuro lo vedevamo pulito, sereno e soprattutto vincenti.
Ogni giorno c’era un lavoro nuovo da fare, si finiva e si andava avanti.
Con grande tribolazione, risolutezza e coraggio, ce l’avremmo fatta, ne eravamo certi. I problemi del Comune si sarebbero risolti.
In quello stesso periodo ci si trovava a combattere anche per avere l’energia elettrica. Dalla sede di Civitavecchia prima chiedevano una cifra assurda poi il silenzio.
L’Enel scriveva al Comune di Tolfa e i tecnici dell’ufficio Urbanistica guarda un pò non rispondevano, o sempre l’architetta rispondeva parzialmente, insomma i tempi si allungavano e noi rimanevamo al lume di candela. . (Fig.. 108abcde-109a-110-111-112)
Dopo quasi nove mesi al buio e dopo che mi rivolsi alla Direzione centrale dell’ENEL a Roma che si interessò immediatamente e mi suggerì di inviare una richiesta formale alla Direzione e all’Autorità Garante. Finalmente, un giorno proprio dopo ferragosto in casa è arrivava l’energia elettrica.
Stessa via crucis con la linea telefonica che veniva attivata solo a settembre dopo un anno quasi di passione e sempre con l’intervento dell’Authority e grazie a una funzionaria della sede centrale Telecom di Roma.

L’assessore

Un giorno verso la metà di luglio del 2003 intorno alle 15.30, stavamo all’ombra degli alberi di lauro vicino alle fontane, dove ora c’è la piscina. Data l’ora di calura estiva, fu una visita inattesa quella dell’assessore del Comune e due signori.
I tre visitano il casale e il terreno.
Claudio è con l’assessore e con il suo amico, quest’ultimo insistentemente parla di progetti e turismo termale (terme del Bagnarello e terreni di proprietà pubblica e confraternita, confinanti con i nostri terreni). Io ero con la signora e con lei si parlava delle potenzialità di questo territorio. A conclusione della visita questa pare dire più a sé stessa “E’ da Relais et Chateaux” – “che intende” le chiedo “Lo vedo dai particolari e il luogo è davvero incantevole.” mi risponde.
Ritenevamo l’assessore un amico e spesso con il sindaco era stato nostro ospite a pranzo o a cena durante le settimane di cucina nella villa.
Non potevamo, non ci proponevamo di sospettare nulla. Non ci sarebbe stato motivo. Eppoi se in Comune si erano sbagliati non era certo colpa dell’assessore o del sindaco, erano i tecnici che avevano sbagliato, assolutamente. In questo modo ragionavamo.
Quel giorno però, l’assessore fu stranamente di poche parole, stette troppo zitto. Non capimmo le ragioni di quel suo insolito mutismo. Non cogliemmo i motivi di quella visita. Solo dopo sapremo che i due s’interessavano e per lavoro di turismo ed investimenti immobiliari. Ma c’era anche la storia del mio terreno che era diventato da agricolo a residenziale turistico e noi non lo sapevamo

L’ordito crea la trama

Un paio di settimane dopo la visita dell’assessore, dall’ufficio Urbanistica del Comune di Tolfa è firmata la dichiarazione di abuso edilizio su edificio vincolato (Fig. 27) e inviata alla Procura. (Fig. 29-39-31) Un’accusa molto grave..ma assolutamente falsa (Fig. 28)
Non avevamo più tanti soldi, il casale aveva solo una porta e una finestra, la cucina non c’era, i figli erano lontano da noi e da una casa che, di fatto, non era ancora casa. La paura inizia a essere nostra inseparabile compagna.
Era difficile capire, in quei momenti mille dubbi e quesiti popolavano la nostra mente, i lavori, i materiali, la grande assurdità della denuncia penale per abuso edilizio.
Il pensatoio è il luogo che più assiduamente frequentiamo. Ci andavamo a ragionare e alla fine a scervellarci. Le risposte non c’erano. Non le trovavamo. Sapevamo solo di dover andare avanti. Basta.
Il nostro fardello di pesanti sventure prendeva forma e consistenza.
L’estate si arroventa di carte e dichiarazioni false. L’architetta e l’ingegnera dichiarano che il Casale della Fontana del Papa è sottoposto a vincolo di tutela architettonica, mi accusano di aver compiuto gravi abusi edilizi in totale difformità dalla Concessione edilizia rilasciatami.
Il geometra si era limitato ai rialzi abusivi, (Fig. 11) l’ingegnera e l’architetta aggravano la mia posizione legale con la tutela del casale.
Nel frattempo a fine luglio anche il secondo direttore dei lavori ci abbandona.
Il futuro, è un orizzonte piatto, un mare senza fine, ci guardiamo intorno, non vediamo neanche l’ombra di uno scoglio dove poterci aggrappare.

Guardie e ladri

I giorni si susseguono uno dopo l’altro, veloci e infuocati, di fatto non sappiamo nulla della denuncia alla Procura, pensiamo soltanto che gli uffici, la burocrazia sia ottusa, che il geometra si sia sbagliato, può accadere, tutto poi si sistemerà. I politici, il sindaco, l’assessore ci assicurano “ E’ uno sbaglio, andrà tutto bene vedrete” Come non crederci, è la verità si sono sbagliati. “Ah… avemo preso ‘na cappellata.” (ci siamo sbagliati) mi disse, dondolandosi sulla poltrona, un politico di mestiere.
Intanto i primi di agosto il Vigile del Comune, da inizio alla “caccia”. Lo incontro in piazza e mi dice “ Vieni in ufficio, devo darti una cosa.”
“Cos’è ?” gli chiedo.
Il Vigile risponde “…Eh! Non lo sai? Devi eleggere domicilio”.
“Ho un procedimento in corso? Sapresti darmi il numero del procedimento”.
Infastidito, il vigile risponde: “Tu vuoi sempre fare come ti pare, l’Ufficio Tecnico ha rilevato un abuso da parte tua perseguibile penalmente, per cui tu ora devi eleggere domicilio per le comunicazioni da inviarti.”
Gli rispondo per le rime “Ma se non c’è un procedimento penale in corso come potete chiedermi l’elezione di domicilio?”
“La legge è legge.” controbatte disinvolto.
La guardia non si perde d’animo e dopo pochi giorni con un collega, viene alla Fontana del Papa. Il cancello è aperto, ma i due non entrano. Mi chiamano a gran voce. Io sono seduta su un mucchietto di mattoni nella penombra della vecchia stalla a pian terreno, dove ora è la cucina, rivedo la scena di quel primo pomeriggio estivo.
“ Assuntina non c’è.” dice Claudio. Il Vigile urla inalberato i motivi della sua venuta “C’è da firmare una carta di tua moglie” “bene, io non firmo niente, e mia moglie non c’è.” ripete Claudio.
Il pomeriggio vengono altri due vigili, io rimango nascosta, mi sento come un ladro braccata a casa mia, Claudio s’infuria, parla con i due vigili e getta a terra il foglio che tanto volevano qualcuno firmasse.
Il giorno seguente il vigile inoltra tutto alla Procura, senza la mia firma e elezione di domicilio. Lui stesso aveva dichiarato dove abitavo. (Fig. 29-30-31)

Ordinanza di Sospensione dei lavori

A ridosso di ferragosto 2003 le responsabili del settore Urbanistica firmano l’Ordinanza per la Sospensione dei lavori per totale difformità dal titolo abilitativo. (Fig. 33)
Il Comune ci ordina di smettere di lavorare. Siamo sbalorditi. Incominciamo a non capirci più niente.
Siamo sconfortati, demoralizzati perché non capiamo, così cerco di mettermi in contatto con il Sindaco che ritengo, oltre che tale, essere anche nostro amico.
“ Cos’è successo? Perché quest’Ordinanza?”
Il Sindaco non risponde. Non è possibile. Cammino avanti e indietro tra calcinacci, erba secca, polvere, sassi, cemento, mattoni … Non vuole parlarmi.
Il Sindaco è giovane, è Onorevole, è deputato europeo, non può non capire, non può negare la verità. Questa è un’evidente ingiustizia che la mia famiglia ed io stiamo subendo.
Testarda, chiamo un assessore, la cugina di mio marito che sapevo essere con lui a Bassano Romano, questa me lo passa.
Parlo con il Sindaco gli chiedo se sa cosa è successo, dice di non sapere bene, (ma aveva firmato la notifica per conoscenza) (Fig. 34) poi sbotta ad accelerare la conclusione della conversazione “Ah sì, ma guarda.. con tutti gli scempi … vengono a prendere di petto proprio te…” e giù una risata. Di fronte a quelle esclamazioni ho il dubbio di essere proprio scema! Sta scherzando forse?
So bene però che devo scrivere: al Sindaco, alla giunta, all’Ufficio Tecnico, all’intero consiglio comunale, all’assessore all’urbanistica. (Fig. 27-38-39)
Attraverso la scrittura esplodo tutta la rabbia, non ho altro modo ma so bene che rimarrà in ogni caso della documentazione.
Urlo a tutti la verità, la nostra verità, l’unica verità che conosciamo: non abbiamo commesso nessun abuso. Le mie note piene di disperazione sono archiviate in una cartellina appositamente ideata “Elenco Promemoria – Cazzate Varie” e con tanto di protocollo (Fig. 40)
Ho i calzoni sporchi, le scarpe incrostate dalla calce, i capelli appiccicati dalla polvere e dal sudore. Sentiamo gli altri allontanarsi, tanti prendono le distanze, li sentiamo divertirsi sulle nostre complicazioni, sulle nostre storie, sulla nostra verità.
Il Sindaco è un Onorevole, i tecnici sono professionisti, cos’hanno da guadagnare a ficcarsi in una storia così assurda? Come potranno credere a me: sono “la matta”! Di quella che questiona, quella che è stata denunciata non dal Comune ma dal campagnolo vicino! Anzi, i matti siamo due. Claudio ed io. Le chiacchiere confondono la verità. E’ molto più facile credere che noi si abbia fatto un abuso edilizio!
E il Tessitore sapeva anche che sarebbe stato facile trovare mille ragioni al nostro fallimento. C’eravamo avventurati in una storia, dove le nostre possibilità economiche erano fatti di sogni, dove i nostri progetti superavano ogni possibilità concreta.
Siamo preoccupati, l’incertezza del futuro, la rabbia di non essere creduti, una famiglia allo sbando.
Siamo ormai sempre più soli, soltanto due amici, di tanto in tanto vengono a trovarci.
Siamo avviliti, nessuno crede a ciò che raccontiamo.

La Delibera di Consiglio

Dal comune tutti, indistintamente tutti, ammettevano che era un grosso errore e da portare subito a fine.
I politici amministratori promettono di venirci incontro e regolare l’articolo del Piano regolatore riguardante le norme da osservare nel recupero dei centri storici, degli edifici di pregio e tutelati. Hanno l’ardire e la gran faccia tosta, durante un incontro organizzato, di pretendere di farci credere che servisse solo per aiutare a noi, “Pensa, addirittura scomodiamo l’intero consiglio comunale per te”, qualcuno disse.
Era il 2 ottobre del 2003, il giorno del compleanno di Claudio. La sera, era convocato il consiglio straordinario. (Fig..106)
Leggi e rileggi le norme e le prescrizioni particolari per gli edifici vincolati della premessa in Delibera, non trovavamo nulla che potesse aiutarci a risolvere i nostri guai, che potesse riguardarci. Chiamammo il sindaco, questo barbugliò qualcosa e se ne andò, poi l’assessore all’urbanistica, (che a stò punto è chiaro faceva finta di leggere quello che già conosceva troppo bene..) paonazzo in volto disse: “forse si sono sbagliati fogli… e adesso chi ci va a Civitavecchia a prendere quell’altro foglio dall’assistente dell’architetto?… è quell’altro…si ..si.. è quell’altro foglio..! – “Andiamo noi, Claudio ed io!” – ” Andate! Andate noi intanto andiamo avanti con il consiglio!” Una corsa in macchina a Civitavecchia al ritorno rileggiamo attentamente, ma il foglio era lo stesso identico a quello di prima, ma come fare a capire in quei momenti che ci stavano imbrogliando alla grande, come capire parole tecniche e numeri di articoli! Possibile che quell’assessore fosse così, così ..sfrontato e temerario… e quanto fece e disse acché non fossimo presenti a quel consiglio…
Ecco si avevano ragione eravamo proprio due fessacchiotti di qualche lustro più vecchi di loro, ma sempre fessi e pure ottusi !!
Intanto il consiglio era passato con i soli voti della maggioranza e l’assessore, il tessitore, chissà come se la ridevano alle nostre spalle per la nostra “gita serale” a Civitavecchia. Questa delibera non serviva a darci proprio nessun aiuto. Che c’entravano “i sottotetti, l’alterazione delle facciate e nuove aperture di finestre, il non modificare il peso urbanistico, il rialzo della linea di gronda per garantire l’uso dei locali sottostanti e l’intradosso”?
Incredibile, con che disinvoltura, ci avevano preso in giro. Era palese, evidente. Quella delibera non serviva a noi, ne ero certa, scrissi al Sindaco, all’assessore e alle professioniste. E scrissi di più! A chi serviva invece “quell’alterazione delle facciate e nuove aperture di finestre” Nessuno mai rispose. (Fig.. 105 -106 -107)

Il Tessitore

Siccome la presa in giro della Delibera pareva essere andata a buon fine, avevano deciso di anticiparmi la notizia della demolizione, forse per vedere l’effetto che fa e in anteprima e soprattutto, dal vivo…
Mi convocano in Comune. Lo stato d’animo era di chi non capisce, di chi ignaro sta iniziando a mettere la testa sotto la lama tagliente della ghigliottina e non la vede. Stavo per essere buttata in un pozzo e neanche lo immaginavo. La delibera, per sanare abusi altrui era del giorno precedente e ancora non avevamo ben assimilato le sequenze di quelle giornate. Loro dovevano procedere, dovevano andare avanti. Arrivo al Comune entro nella stanza erano già tutti li, tre quarti della Giunta e un architetto.
Questo inizia lentamente a parlare, il tono era sicuro, dei presenti era il più alto, pieno di sé, del suo saper far fare le mosse alle sue pedine, insomma la testa. Le parole uscivano e volutamente trattenute a privare quelle frasi che contenevano una parola assurda e pesante. Ghirigori di lemmi scivolate nel silenzio, sfuggente lo sguardo verso la giunta, mi appunta di tanto in tanto. . avvertivo però un sottile a tagliente piacere fuoriuscire dalla pelle un poco untuosa del comiziante. La distruzione, lo smembramento di tutti i tetti e la demolizione di uno, due e tre metri di muro. Insomma mi stava dicendo che dovevo demolire casa!
L’espressione, controllata, era sulla scena “Ora, purtroppo, dobbiamo procedere con un’altra Ordinanza, perché la legge…” e giù un ciarlare forbito e vizioso che non seguivo. Pareva di essere a teatro! Un incubo da cui pensavo non essere io la protagonista, sbalordita e ormai anche confusa, osservavo l’oratore e gli altri presenti. C’era da ridere e assurdamente soltanto io ridevo, gli altri erano seri, fermi, la truppa di scena forse conosceva il finale, forse alcuni non conoscevano l’inizio, ma il piacere di avere sotto punta di spada la preda li travolgeva, l’adrenalina sazia l’ubriacatura di potere, la lama entra lentamente con le parole dell’architetto, loro erano fuori dal mio sogno angoscioso. Il forte e decadente gladiatore sta per finire la sua vita, vedono il volo libero verso la terra che non l’avrebbe abbracciato ma inghiottito! Un piacere sordo e atavico. La punizione, il sangue, la paura e la fine. Il potere di decidere la vita e la morte, piacere viscerale di menti stordite da un poter effimero, espressioni complici e distanti. Gli applausi non li sentivo, il consenso era nell’ impassibilità il compiacimento pieno e totale verso l’eccelso dicitore sul finire del suo eloquio.
Di lì a poco, io avrei iniziato a piangere e tanto. Li osservo, la mia testa la sento vuota! Non so rispondere. Tre quarti della Giunta si sforza nel mostrare un apparente compassione ma un’ impercettibile appagamento trapela dalle loro bocche serrate, dagli occhi diventati fessure imperscrutabili .
Qualcuno aveva deciso e loro, stavano eseguendo un atto.
Chi aveva iniziato questo disegno? Chi era il tessitore?
Chi aveva studiato come procedere contro di noi e metterci in mezzo ad una strada?
Chi voleva la Fontana del Papa?
Non trovo più il filo logico per replicare. E davvero ridacchiando, mi alzo dalla sedia, sento il bisogno di uscire, dico forse più a me stessa “… ne scriverò un libro… si per la vergogna ne scriverò una storia Mi volete far demolire l’unico casale bello che c’è nelle campagne di Tolfa, Eh Sindaco tu che dici?” Li guardai tutti, uno a uno, volsi le spalle, me ne andai.

Ordinanza di demolizione

Era una giornata luminosa e calda di primo autunno, mi trovavo nell’orto vicino alla fontana quando Giuseppe, il messo comunale, è arrivato. “Mi spiace, davvero, purtroppo devo farlo io, devo notificarti questa roba, che vergogna. Non sarei mai voluto venire.”
Il 3 ottobre 2003, il giorno dopo la delibera di consiglio “per aiutarci” l’Ufficio Tecnico Comunale firma l’Ordinanza di demolizione delle opere ritenute abusive. (fig. 42) Tutti i tetti del Casale della Fontana del Papa, della nostra casa. Qualora non avessimo dato seguito alla demolizione visto che dichiarano che l’edificio è vincolato, un articolo di legge inserito nell’Ordinanza prevede il passaggio di proprietà della nostra casa e del terreno di pertinenza al Comune di Tolfa che ne avrebbe disposto a piacimento la destinazione, anche la vendita.
Dopo tale disposizione avemmo un solo grande dubbio “Come facciamo? Paghiamo l’avvocato per il ricorso avverso l’Ordinanza o paghiamo le porte?”.
Decidiamo di continuare a lavorare inseguendo quel nostro sogno di portare a casa i nostri figli. Era troppo insensata la storia della demolizione, in Comune si erano sbagliati. Lo dicevano tutti. O meglio, è troppo assurdo, per essere vero. Demolire non era possibile. Me lo dissero pure loro “ Non penserai davvero di demolire!”
Tutti, Sindaco, vice, assessori ripetono rassicurandoci “ E’ uno sbaglio, si troverà una soluzione.”
“State tranquilli, siete in una botte di ferro e poi…. con due cugini in giunta …e chi vi tocca!!!!” Chi disse queste parole sapeva che questo era una garanzia sull’operato e sulla trasparenza e correttezza degli uffici pubblici… a ripensarci…ad un orecchio disattento, come possono dei cugini disinteressarsi della sorte e della vita di un loro stretto congiunto, della sua famiglia, come possono avallare un falso palese?
Continuiamo a lavorare pur avendo due provvedimenti così gravi, la sospensione dei lavori e la demolizione dei tetti.
L’assessore, quello che ci era venuto a trovare a luglio, telefona, torna a trovarci, ci ha fatto un favore dice: “Sono riuscito a far allungare i tempi per la demolizione, 180 giorni. La legge ne impone novanta di giorni. Intanto vediamo se possiamo sistemarvi con l’ufficio tecnico.” Non solo, ci porta anche dei fogli con sopra le leggi che regolano la demolizione. Per ringraziarlo gli regaliamo due buste piene d’insalata che gradisce contento. Più tardi avremmo capito perché era contento. Non era per l’insalata.
Claudio seduto su un sacco di cemento, appena andato via l’assessore con l’insalata, più a se stesso disse “Non mi fido, non farlo più entrare qui, porta solo malaugurio.. la malasorte esce dalla pelle avvinazzata …m’è parso un prete, caccialo via…”

2003 Procedimenti Mentali e accurati studi

“Procedimenti mentali, e studi accurati delle normative vigenti” proprio così. (fig. 46)
Dopo quell’ordinanza di demolizione non pensavo ad altro che a scrivere, e inizio a mandare note a un numero infinito di gente, politici di fama, associazioni di donne, commissioni europee. Quasi nessuno ha mai risposto, eccetto la commissione e il difensore civico europeo che m’informava riguardo la non competenza a procedere.
La Presidente della Fondazione Bellisario, l’On. Lella Golfo, invece, non appena legge la mia e mail mi chiama. Non ci posso credere. Vuole capire e un giorno viene a trovarci. Legge le carte. “Non è possibile. Non è possibile” mormorava scorrendo i fogli.
Uno spiraglio, una luce, qualcuno finalmente ci ascolta. Qualcuno che vuole capire. Una Donna.
Al Comune invece si divertono col pennarello rosso e blu. (fig. 39-40)
Infine che male c’è, sono tutti giovani. Procedono con le comunicazioni in Procura, le accuse vanno sempre più aggravandosi.
Un amico avvocato mi consiglia di richiedere gli atti propedeutici alle ordinanze, così faccio (fig. 45) L’architetta e l’ingegnera rispondono subito “Procedimenti mentali e accurati studi – tali atti non sono trasferibili.” (fig. 46)
Leggiamo e rileggiamo più volte. Procedimenti mentali? Accurati studi. “Ma che scrivono?” sarà “procedimenti penali”! macché è proprio “procedimenti mentali”
Dispongono di demolire casa e come motivazione, scrivono: procedimenti mentali e accurati studi.
Oltre il danno, pure la beffa. Offendono e ci prendono in giro in continuazione.
A fine ottobre 2003 due carabinieri arrivano a casa nostra, Andrea che all’epoca aveva 9 anni, mi chiama: ” mamma ci sono i Carabinieri”, il cuore salta in gola ancora “Signora non si preoccupi non è nulla, è solo una convocazione!” I due molto gentili, mi consegnano un invito a presentarmi alla locale Caserma dei Carabinieri dove sarò ufficialmente informata di essere indagata per un reato molto grave. (fig. 47) Come dire, con lo stesso addebito che se avessi demolito il Colosseo e costruito al suo posto tante palazzine.
Il Sostituto Procuratore dopo aver letto “abuso su un edificio vincolato” aveva l’obbligo di procedere all’iscrizione sul libro degli indagati e avviare il procedimento penale a mio carico. Era fatta, ero indagata. Ero formalmente una delinquente. Dovevo solo pensare a difendermi. Dovevo solo pensare a trovare i soldi e tanti per difendermi.
Intanto il vicino campagnolo riscrive al Comune e alla Procura, stavolta usa il pc (fig. 48)
Ma anche una serie di situazioni incredibili e difficili da raccontare da parte dei funzionari del Comune. In una nota inviata ai redattori del Piano Regolatore, (fig. 50) tentano di correggere la mappa catastale vecchia di anni e anni “ … da un attento esame si è notato che … Il toponimo (Fontana del Papa) nelle tavole di azzonamento del territorio … risulta erroneamente leggermente traslato rispetto a quella che è la sua reale posizione”. Insomma pretendevano di spostare addirittura le località sulla mappa catastale. Sconcertante invece quanto viene risposto “..si precisa che la volontà dei progettisti è quella di sottoporre a tutela il fabbricato menzionato, indipendentemente dal posizionamento del cerchio rosso…” (fig.51)
Ma ancor più inquietante quanto scrive il Segretario Comunale.(fig. 56 -80)
Non è possibile. Non è possibile.
Ovviamente di tutte queste note intercorse, noi non ne sapevamo nulla, solo dopo ne verremo a conoscenza

2003 L’edificabilità da capogiro su uno dei miei terreni

Alla fine di Novembre “qualcuno” che conosceva bene la nostra storia, si preoccupa di comunicarci una notizia, di notevole interesse: il Casale non ha nessun Vincolo di tutela architettonica ma invece il terreno di mia proprietà confinante con le terme del Bagnarello e con i terreni di proprietà Agraria e Confraternita ha un indice di edificabilità da capogiro. (fig. 59) Non ci crediamo. Ma allora che storia è questa? Che non fosse vincolato non lo sapevamo, che non avessimo fatto che dei rialzi modesti e nulli lo sapevamo …e allora? Il Piano Regolatore del Comune di Tolfa all’epoca dell’acquisto, e cioè a gennaio 2001, prevedeva sui nostri terreni agricoli un indice di edificabilità quasi nullo, in altre parole era permesso costruire appena un ricovero agricolo di pochi metri quadri.
Invece dopo poco più di un mese che ne ero proprietaria, l’indice di edificabilità era cambiato in “zona agricola con suscettività d’uso turistico … ricettivi, attraverso programmi integrati d’intervento d’iniziativa pubblica o privata …” recita il Piano Regolatore Generale. (fig. 59)
Un indice di edificabilità di assoluto interesse. Corrispondente a circa 8.700 metri cubi = una trentina di villette su circa cinque ettari di terreno di nostra proprietà e sgravato dall’uso civico.
Non sapevamo di questa enorme opportunità di costruire anche perché il certificato di destinazione urbanistica lo avevamo richiesto prima dell’acquisto e con il progetto già approvato, quindi non potevamo saperlo e nessuno ce lo aveva mai detto, anche durante i vari incontri con tecnici e politici. (Dopo capimmo anche la visita a luglio dell’assessore e dei due che si occupavano di Costruzioni e turismo… ma era anche il periodo dei Patti territoriali degli Etruschi)
Intanto richiedo al Ministero dei Beni culturali di sapere se la mia casa ha qualche vincolo di tutela architettonica. A fine dicembre 2003 il Ministero dei Beni culturali emette certificato di esito negativo. (fig. 53) Il vincolo di tutela non esisteva neanche nella variante generale al Piano Regolatore Generale. Neanche quello era mai esistito. (fig. 28-52) Eppure le due professioniste e il geometra comunale dichiaravano e firmavano che era vincolato, anzi perimetrato da un cerchietto rosso. Assurdo. Niente di più falso. (fig. 27 – 55- 56-57) Un anno prima invece il geometra non lo scriveva (fig. 54)
Dal Comune continuavano imperturbabili a sostenere la tesi dell’edificio vincolato. Scrivevo e non rispondevano (fig. 75 -76 ) A novembre dello stesso anno, il Geometra Comunale rilasciava il Certificato Destinazione Urbanistica e dichiarava “Sul fabbricato esistente, si applicano le norme di salvaguardia relative l’art. 35 della variante generale al Piano Regolatore Generale.” in altre parole “il casale della Fontana del Papa è sottoposto a vincolo di tutela” . (fig. 55 – 56 – 57). Il Segretario Comunale invita il geometra “dopo colloquio in merito alla problematica” a tenere conto delle precisazioni dei redattori del piano riguardo al vincolo che avevano scritto (fig. 56 ) e cioè “.. la volontà dei progettisti è quella di sottoporre a tutela il fabbricato menzionato, indipendentemente dal posizionamento del cerchio rosso…” (fig.51) E come si poteva uscire da questo nodo scorsoio, da questi loro giochi di parole e propositi?
Avevo messo nero su bianco più di una volta “il casale della Fontana del Papa non è vincolato, e non ho commesso gli abusi di rialzi di cui mi accusate” avevo pianto e urlato senza mai ottenere risposta. Ricordo che per una intera mattinata piansi nella stanza accanto all’ufficio urbanistica del Comune…
Ero finita in mezzo ad un pantano di guai con la peggiore delle accuse: abuso edilizio grave e su edificio vincolato nonostante avessimo lavorato in scienza e coscienza.
La comunicazione di esito negativo era subito portata a conoscenza del Sindaco, dell’intera Giunta, del Segretario Comunale, dell’assessore, dell’intero Consiglio Comunale, e soprattutto all’ingegnera, all’architetta e al geometra. Fanno orecchie da mercante, non rispondono nulla. (fig.62)

2004 Troppe verità. Hanno troppe verità.

Il 23 gennaio 2004, esasperata da tante prese in giro, dalla faccia tosta dei politici, dall’illegalità, dalla sfrontatezza delle professioniste, inviavo una dura nota alla Commissione Deontologica dell’Ordine degli Architetti e degli Ingegneri e alla Giunta, al Sindaco, all’Ufficio Tecnico del Comune. (fig.62)
Alcuni giorni dopo, le due tecniche si rivolgono all’assessore e al Sindaco: chiedono il permesso di eseguire altro sopralluogo presso il Casale e, soprattutto chiedono di essere accompagnate dal Comando dei Vigili Urbani, dai Carabinieri, e dal Corpo Forestale dello Stato. (fig .63 – 64)
Posso solo immaginarle alla guida della squadra e fare il sopralluogo …
Intanto, il 4 febbraio 2004 con deliberazione unanime della Giunta Comunale di Tolfa, viene affidato incarico a un avvocato per consulenza in materia urbanistica. Si legge in premessa di incarico, redatta dall’architetta “La proprietaria della Fontana del Papa, – cioè io, – ha posto problemi di natura urbanistica” e assegna a sé stessa, cioè l’architetta che ha dichiarato il falso e ora dovrebbe difendersi avvalorando il falso, il compito di assumere le determinazioni e adozione dei conseguenti atti di gestione di casa mia, ovvero passaggio di proprietà ecc. ecc. Insomma fa tutto l’architetta. (fig. 65)
La via crucis era iniziata.
Volevano toglierci la casa, gli ulivi, i sogni, distruggerci. Claudio, sosteneva che l’unica cosa che ci rimaneva da fare era di lavorare e diceva continuamente “Andiamo avanti, proseguiamo con i lavori, non ci interrompiamo, se ci fermiamo, siamo perduti”.
Il primo marzo 2004 inviavo un telegramma dove chiedevo di annullare la delibera della nomina del legale perché carente in premessa e redatta da chi mi aveva accusato dichiarando il falso. Inoltre informavo di avere importante documentazione a mia difesa. (fig. 66 – 67 – 68)
Stavano giocando sporco. Troppo.
Tutta la storia messa in piedi con elementi totalmente infondati possiamo solo immaginare cosa avrebbe comportato. Una famiglia annientata. E la proprietà? Finalmente all’asta? Passata d’ufficio e gratuitamente al Comune? Chi tanto la voleva, l’avrebbe avuta.
Ma ritorniamo ai 180 giorni che l’assessore, quello dell’insalata, ci aveva concesso magnanime, come ai condannati. All’approssimarsi della scadenza, hanno bisogno di un parere legale. L’architetta, poi farà tutto quello che ci sarebbe stato da fare.
In altre parole al 3 marzo noi non avevamo demolito nessun tetto e i tempi per l’acquisizione della nostra casa da parte del comune erano maturi. Per fare ciò occorreva essere tutelati da un parere legale. La delibera d’incarico al legale era scritta dall’architetta. Lavoravano di fino e con intenzioni ben chiare.
Dell’avvocato nominato dal comune, non si seppe più nulla. Verbalmente, riferiva in una nota il Segretario, ha fatto sapere di non essere più disponibile. (fig. 80) Ci parlai un giorno “ Di questa storia non voglio saperne più nulla. Signora, avete fatto un grande e meritorio lavoro… trovate un bravo e onesto tecnico…”.
Abbandonati dall’avvocato, non potendo avere il parere legale, le due professioniste il 5 marzo 2004 si rivolgono alla Procura e richiedono permesso di effettuare sopralluogo e lo comunicano il giorno stesso al Sindaco e all’assessore all’urbanistica. (fig.63-64)
Il Sostituto Procuratore il 2 aprile 04 risponde: “Effettuare sopralluogo presso il casale agricolo di proprietà dell’indagata.” . (fig.72-73)
E’ interessante sapere che nessuno del comune venne subito a fare questo sopralluogo. Soltanto dopo due anni, il 24 febbraio 2006 quando il Procuratore insiste nella richiesta di una risposta, si sarebbero presentate ben sette persone si presentarono a misurare ogni angolo della nostra casa.
Ma ritorniamo al 2004.
Il 7 maggio le due tecniche, dopo aver avuto il permesso dalla Procura di effettuare un nuovo sopralluogo, chiedono al Sindaco, all’assessore all’Urbanistica e al Segretario comunale, anche, precisandolo all’uopo “ la nomina di un ausiliario di Polizia Giudiziaria”.(fig.74) Questo, avrebbe dovuto puntarci la pistola mentre le tecniche misuravano?
A luglio 2004 sollecitavo il rilascio del Certificato Destinazione Urbanistica della mia proprietà ma richiedevo un certificato che corrispondesse a verità e non falso. E lo scrivevo a chiare lettere.
Ormai era tutto evidente e chiaro: il terreno con un indice di costruzione altissimo, l’inesistenza di vincoli architettonici, il falso di abuso edilizio.
Le carte erano in tavola, la guerra era ormai aperta.
A fine settembre 2004 il Geometra Comunale rilascia e firma il nuovo CDU e dichiara: “ …Sui fabbricati in zona agricola di particolare interesse storico si applica la normativa di cui all’art 35 di tutela architettonica e il fabbricato rientra tra quelli da tutelare” ancora un falso. (fig.57)
Un legale per mio conto scrive al Sindaco e al Segretario Comunale, chiede di annullare, in sede di auto tutela e per evidente errore e non corrispondenza a verità, il Certificato di Destinazione urbanistica. (fig.77)
Il legale ed io possiamo visionare gli atti, risponde il Segretario. Dell’errore, del falso del vincolo neanche una parola. (Fig..78)
Intanto succede che il 25 dello stesso mese l’architetta, l’ingegnera e il geometra inviano al Sindaco e tutta la giunta una nota dove lamentano che la sottoscritta scrive note sui più disparati argomenti, commenti diffamatori, inventano ripetute visite da parte mia presso l’ufficio tecnico caratterizzate da minacce e offese. (Fig..79) Insomma dal Comune possono tutto!!
Ma se quello che lamentavano fosse stato vero perché non mi hanno denunciato?
Le due professioniste e il Geometra scrivono di operare in tutta onestà e trasparenza. Dichiarano di essere state ingiustamente convocate dagli Ordini Professionali di appartenenza. Chiedono di poter difendere la propria immagine professionale e morale … soprattutto ribadiscono di avere un tecnico ausiliario di Polizia Giudiziaria al loro fianco quando effettueranno il rilievo di casa nostra
Il messo comunale consegna la nota a tutti e a domicilio e in qualche caso a firmare è il padre o la madre di alcuni politici. (Fig..79)
Il Segretario Comunale risponde alle due professioniste e al Geometra e concorda nella nomina di un nuovo legale e chiede a loro di indicare una loro persona di fiducia per compiere il sopralluogo. (fig.80)

I Fondi Europei per l’imprenditoria Femminile

Nell’estate del 2004 di fatto avevamo concluso il progetto, recuperato l’azienda agricola, rimesso in
produzione l’uliveto e l’orto, ristrutturato la Fontana del Papa. Un poco di soldi erano una manna dal cielo per noi.
I lavori all’interno del Casale erano terminati, mancava solo la camera dell’Olivella da finire e poche altre cose. Santino è l’ultimo muratore che arriva alla Fontana del Papa, è originario del cuore dell’Italia, l’Umbria. Un uomo taciturno e sensibile. Con Santino la creatività ha preso una forma, i laghetti zeppi di vivaci pesci rossi e carpe gigantesche, gli archi, il ponte, il forno, il pergolato, i fontanili … Santino sa interpretare e tradurre quello che nella nostra testa sarebbe rimasta solo un’idea, una bella idea. I sassi sparsi per il terreno sono magistralmente collocati dando così forma alla nostra fantasia.
Siamo pronti a iniziare l’attività dell’azienda ma soprattutto abbiamo onorato e pagato ogni fattura dei fornitori.
Un giorno di prima estate riceviamo la visita dei militari della Guardia di Finanza. “Mamma ci sono due uomini che ti cercano! ” e sempre Andrea che piccolino si è trovato a dover partecipare suo malgrado, alla tensione e all’angoscia che nasceva da tutte quelle visite.
Su segnalazione della Regione, controllarono tutte le fatture di spesa e verificarono se realmente avevamo realizzato per quanto concesso dei Fondi europei. “Tutto nel rispetto delle leggi… ” documenta la Guardia di Finanza, solo che l’abuso edilizio su edificio vincolato m’incastrava ancora e ingiustamente. (fig.124)
Riusciamo seppur tra le mille complicazioni, a portare i nostri figli a casa. Siamo finalmente riuniti ma, per arrivare a ciò avevamo dato fondo a ogni risparmio e con un conto corrente bancario pericolosamente in debito.
Contiamo nei fondi europei in arrivo poiché a Settembre era pervenuta una nota ufficiale dalla Regione Lazio dove ero informata che circa 30.000 Euro come anticipo di Fondi europei per il progetto presentato e accolto, erano in arrivo. Il progetto prevedeva il recupero dell’edificio rurale della Fontana del Papa e la creazione di attività agrituristica. (fig.116) A quel punto, dunque, se non fossi finita sul penale per abuso edilizio su edificio vincolato avrei potuto richiedere e ottenere l’intera somma. Siamo stati, però, costretti a scegliere la richiesta della sola anticipazione del fondo, sempre con la speranza che la situazione amministrativa e penale si fosse nel frattempo chiarita e risolta.
Ci illudevamo in un ravvedimento, un qualche atto di pentimento avvenisse nella coscienza dei tecnici e dei giovani politici … speravamo che il cuore si ribellasse al male di cui erano stati capaci.
Un giorno d’inizio novembre ricevo una telefonata da un funzionario della Regione Lazio, diceva di “sapere” che io avevo problemi legali, che avevo compiuto un abuso edilizio grave. (fig.116)
Pur nello sconforto ormai quasi totale, so che non posso, non devo mollare, non posso permettermi di essere stupida, di stupirmi, di ridere come quando mi dissero che dovevo demolire la mia casa. Ribatto: -“Se lei ritiene io debba scriverle perché sostiene che io abbia problemi, bene, mi scriva ufficialmente e me ne dia motivazione. Il comune, per quel che mi riguarda, è in totale errore e in vergognosa malafede.”- Il funzionario non risponde, ma intanto i soldi dei fondi europei non arrivano e il conto cominciava a scendere e sempre più era vicino ai cento mila euro e la data della scadenza a fine anno dei mutui si avvicinava.
Il Natale di quell’anno passa nella più profonda e cupa disperazione, i nostri ragazzi avevano Andrea dieci anni, Emma quattordici e Luca venti anni. Troviamo tuttavia il modo di fare un presepe e un albero di Natale ma un pensiero fisso ormai ci inchioda. “Fino a quando saremo ancora qui?” la risposta ce la tenevamo per noi. Era troppo dolorosa. Non riuscivamo a vedere il più piccolo barlume di luce, un segno di speranza.
A Gennaio i soldi non arrivano, la banca chiama di tanto in tanto, poi più spesso. I sogni dei miei figli iniziano a popolarsi d’incubi. Claudio inizia a stare male seriamente, ha fortissimi mal di testa e l’unica cura si rivela stare intere giornate al buio. Aprire gli occhi, vedere la luce gli causa profonde fitte di dolore alla testa e sopra gli occhi a causa dello stress e della preoccupazione sicuramente; Era troppo. I problemi che ci avevano causato avrebbero atterrato anche un bisonte.
Nella stanza accanto, la biblioteca, scrivevo, mettevo la legna sul fuoco, piangevo disperatamente nel silenzio, ero preoccupatissima, lo scoraggiamento di Claudio e la sua sofferenza, la pressione alta mi impensieriva non poco. Probabilmente Claudio in quei giorni ha il primo attacco ischemico, nessuno se ne accorge, ma Claudio comincia a cambiare, taciturno, irascibile, i suoi occhi talvolta vagano lontano, forse ritorna sempre più spesso al suo passato.
Non mi rimaneva che continuare a scrivere e scrivere.
Prima di Natale scrivevo alla Direzione regionale Agricoltura Regione Lazio per chiedere la concessione dei fondi europei che erano stati bloccati senza alcun atto formale. (Fig.117) A gennaio una dichiarazione redatta e firmata dalla sola architetta fornisce il motivo del blocco dell’erogazione dei fondi a mio nome per irregolarità. (fig.119 -121- 122-123)
Le giornate limpide e terse di quel freddo gennaio stridevano agli occhi della nostra disperazione. Claudio iniziò a stare davvero male. L’ansia, la paura di non riuscire a garantire un futuro ai propri figli, di perdere la casa e ogni cosa era grande, intensa. Il dolore era entrato nelle ossa e un freddo gelido ci avvolgeva.
Solo chi ha cuore e coraggio e crede alla verità può capire.
Due sole parole, non oltre vanno spese per gli avvocati.
Tre ne chiamai, tre “principi” del Foro mi tolsero solo parecchi soldi.
“Conferenze di trattazione”. Tutto qui. Uno rispose. Un altro quando gli consegnai la revoca, mi mise paura per quello che riuscì a far uscire dalla sua bocca.
Non mi avevano mai convinto i loro sguardi, percepivo qualcosa d’impreciso cui non trovavo giustificazione alcuna. Semplicemente non mi difendevano.
I Politici, Il Sindaco, l’assessore, i tecnici, non scherzavano, erano andati avanti, ormai era chiaro, servendosi del potere pubblico ci avevano messo in ginocchio.
Ancora oggi, non riusciamo a capacitarci con quanta determinazione e accanimento ci hanno fatto del male e in piena consapevolezza.

2005 Una Donna ci salva

La funzionaria della Regione Lazio, alla verifica degli atti che le sottoposi, dei vari falsi perpetrati ai nostri danni si adoperò immediatamente, nel pieno rispetto della Legge a rimuovere gli ostacoli e, si mosse a farci avere l’anticipazione dei Fondi Europei. (fig.120)
In prossimità della scadenza dei pagamenti, questa situazione ci poneva nella condizione di perdere tutto. La nostra situazione economica era gravissima e tale da non poter affrontare il pagamento dei mutui.
I Fondi Europei per l’agricoltura destinati quale anticipo erano circa 30.000 Euro e i primi di marzo erano arrivati grazie al sollecito interesse e correttezza della Funzionaria della Regione Lazio.
Una donna che aveva capito il dolore di un’altra donna, che non aveva accettato l’imbroglio e non si era sottratta alle proprie responsabilità pur sapendo che qualcuno non avrebbe gradito.
Avevamo potuto così onorare le nostre pendenze e superare anche una grave situazione di salute e ansia che nel frattempo si era creata anche e soprattutto per i nostri figli. I loro sonni non erano più sereni.
Il Tessitore nell’ordire la sua trama aveva rubato anche la spensieratezza di tre giovani ragazzi. I nostri figli raccontavano ogni mattina di sogni popolati da mostri spaventosi e terribili.
Anche mio padre che era molto anziano aveva avuto un incubo: -“ Un numeroso gruppo di cani rabbiosi latrava e mostrava i denti verso di te, eri totalmente assente e sorda a quella violenta aggressione, hai continuato nel lavoro che stavi facendo, e loro si avvicinavano, sei entrata in casa, hai chiuso la porta dietro le tue spalle e loro si sono dissolti nel nulla, come nebbia al sole. Una grande pace e silenzio è scesa intorno alla Fontana del Papa. Tutto era finito”.
Claudio invece aveva rischiato la vita. Di corsa avevamo raggiunto l’ospedale di Tarquinia per ben due volte. Ipertensione arteriosa da stress la diagnosi chiarì il medico, in molti casi lo stress psichico influisce a tal punto sulla comparsa dell’ipertensione da essere considerato il principale fattore causale. Tra le condizioni più a rischio vi sono: collera trattenuta, arrabbiature, intense emozioni, responsabilità. A casa erano rimasti due ragazzini da soli Emma e Andrea, avevano quattordici e nove anni. Luca era militare a Viterbo.
Avevamo però anche avuto la fortuna di avere dalla nostra il Direttore della banca che, con grande umanità e intelligenza, aspettava l’arrivo dell’anticipo dei fondi regionali. Dopo di questo potevamo rimetterci a sperare.
Un’operazione di rifinanziamento dei mutui correnti ci aveva dato modo di risanare ogni debito ma ci avrebbe anche esposto in futuro a spese aggiuntive e pesanti che avremmo potuto benissimo non avere se dal Comune non avessero dichiarato quel falso e non ci avessero causato tutti quei danni.

Un po’ di noi

Penso di avere un forte carattere, ho lavorato molto, una laurea sudata e nessuno mi ha regalato nulla.
Mi è sempre piaciuto sognare specialmente ad occhi aperti.
Avevo riconosciuto i posti e le immagini della mia nuova casa nel sogno di bambina che vola sopra tutto e tutti. Le scale, la luce dietro alle mie spalle, l’arco e lo sguardo che si perde nell’infinito. E la natura, le piante, i frutti, l’erba, le coccinelle, i gatti e le galline, e i rospi che la notte si davano da fare per mantenere un equilibrio che è vita.
Quasi tutti i miei sogni sono realizzati. Ho dei figli splendidi che troppo spesso hanno pagato un conto che a loro non toccava onorare.
Amo la solitudine, so di suscitare fastidio e rabbia.
Claudio, un uomo di grande intelligenza e capacità intuitive, sensibile ha saputo guidare ogni decisione. In tutta questa nostra avventura era il punto di riferimento intuendo la validità dei progetti. Non è stato facile per Claudio andare avanti. Altre ingiustizie subìte nel passato da chi invece ci si aspetta di essere aiutati ed amati lo avevano profondamente segnato. Ma questa è un’altra storia, dolorosa per Claudio e per noi tutti.
Un incastro perfetto la nostra unione che aveva portato a tutto questo, all’acquisto della Fontana del Papa, un investimento consistente. Soltanto non avevamo saputo prevedere tanta disonestà.
Il coro comune invece era nel compatire due poveri folli che volevano solo realizzare un progetto e costruire un futuro ai propri figli. Sarebbe stato facilissimo prevedere finisse male perché non avevamo tanti soldi. Insomma, avevamo fatto il passo più lungo della gamba.

I rospi da ingoiare erano all’ordine del giorno

Anche le Commissioni Deontologiche degli Albi professionali degli architetti e degli ingegneri, cui avevo inviato una nota perché l’architetta e l’ingegnera avevano dichiarato il falso, archiviano. (fig. da 132 a fig. 144)
Trovavo conforto nelle percezioni positive che mai mi abbandonavano, specialmente quando mi avvicinavo agli ulivi. Quegli ulivi centenari e attorcigliati alla vita che pur dopo tanto aver sofferto erano rinati.
Una mattina di gennaio del 2005, quando ancora esisteva la storia drammatica dei fondi europei bloccati, dei mutui da pagare, del conto corrente con quasi 100 mila euro sotto . . molto presto, quando ancora il sole non si era affacciato all’orizzonte e avevo sentito il forte bisogno di uscire. Ero vicina all’albero del gomito, quello vicino alle scale davanti alla camera dei miei figli. Avevo appoggiato una mano sul tronco, non tirava un alito di vento. Piangevo, non avevamo più speranza parlavo e parlavo al buio e al silenzio “Vi abbiamo ridato la vita, abbiamo lavorato, abbiamo messo tutto quanto avevamo qui, che dobbiamo fare, ditemelo che devo fare? ” d’improvviso il vento, un soffio caldo abbassava le cime degli ulivi che si ripiegarono verso di me.
“Ce la faremo, si ce la faremo.” dissi a Claudio che in quel momento stava proprio male: “Ce la faremo, ce la faremo”.
Cercavo conforto e certezze, telefonai al professor Fontanazza, venne un pomeriggio d’inverno e ricordo solo che ci disse “ sarà bellissimo, un parco uliveto”.
Lo avevo chiamato, dunque, riscontrando grande gentilezza, gli avevo raccontato un po’ dei nostri guai. Lui credeva a noi e la sua risposta data senza dubbi e con il cuore tolse ogni lato oscuro.
“ Vede Signora nella mia vita mi sono interessato agli ulivi in maniera scientifica, ho studiato per avere sempre una migliore produttività. Ora sono in pensione e voglio dire quello che mi pare. Se voi aveste avuto un meleto, un mandorleto, un noceto, non sarebbe mai stata la stessa cosa che avere l’uliveto che avete. L’albero dell’ulivo è l’albero della pace, della vita ed è l’unico che dimentica, che perdona l’abbandono della mano dell’uomo. Avete tanto lavorato, con passione e amore avete ridato loro la vita e gli ulivi vi rendono quell’energia che vi ha permesso e vi aiuterà ad affrontare tutti i problemi. L’energia dell’ulivo è forza, è vita. Vedrà tutto ritornerà alla luce, anche gli errori di chi vi ha accusato ingiustamente e che tanto vi hanno fatto soffrire verranno alla luce come le tenere foglie che voi avete restituito alla luminosità del sole, dell’aria, del vento ..alla vita.”. Quelle parole di grande conforto ci offrivano ora la speranza di farcela.

2006 La Perquisizione

Ormai ero nel libro degli indagati. Le due tecniche avevano richiesto permesso di effettuare un sopralluogo. Era stata concessa l’autorizzazione e ora, giustamente, il Procuratore dopo due anni di silenzio da parte del Comune pretendeva una risposta. (fig.82)
Era vero o no che avevo operato un abuso edilizio grave su edificio vincolato? Era questo che avevano dichiarato dall’ufficio tecnico del Comune. Era questo che voleva sapere il Procuratore. Era vero o no?
In Comune sono in agitazione, devono rispondere entro cinque giorni al Procuratore. (da fig.83 a 89) Immediatamente, la Giunta delibera unanime l’incarico di richiesta di supporto tecnico per rilievo dell’immobile della Fontana del Papa. (fig. 84)
Il 24 febbraio 2006 arrivano in sette, tutti pagati dal Comune, il geometra incaricato con tre aiutanti, attrezzati di varia strumentazione adatta al compito assegnato: distanziometro portatile della ditta Leica tipo disto Classic, stazione totale TOPCON GPT 6005 matricola Wv0834 senza l’ausilio di prisma riflettente, scrivono nel verbale. Le misurazioni stavolta dovevano essere precisissime.
Ci sono poi tre Vigili urbani, e l’architetto del Comune. (fig.93)
Nel salone il camino era acceso e tutte le stanze in ordine. Non trovo parola migliore per descrivere quella spedizione che “perquisizione”. Una vergognosa perquisizione!
Non ricordo i loro sguardi, piuttosto preferivano non guardarmi negli occhi, le spalle erano basse procedevano senza parlare, forse qualcuno di loro si vergognava pure di essere lì! E avevano ragione a provare imbarazzo! Ne provavo tanto per loro e per me.
Claudio era fuori con la nostra amica Victoria che era venuta a trovarci. Non poteva certo trovarsi in quella situazione di cui ci imbarazzavamo profondamente.
I ragazzi erano a scuola. E fu doloroso per loro, rientrando, trovare tutti questi “intrusi”.
Misuravano ogni angolo, ripiano, alzata e fuori squadro. L’architetto fotografava ogni angolo, ogni stanza ogni bagno, tutto.
Era disgustoso vederli entrare in tutte le stanze senza chiedere nessun permesso, nelle camere dei nostri figli dove da qualche angolo usciva fuori qualche oggetto disparato, che come in tutte le camere dei ragazzi, regnava un sano disordine.
Erano estranei, perfetti sconosciuti, che però avevano facoltà piena e legale di spostare letti e mobili, calpestare le cose dei nostri figli, offendere la loro giovane vita. Non sapevamo difendere la loro intimità. Si rendevano conto di quanto male erano stati capaci di fare? In qualcosa erano riusciti perfettamente. Offendere la nostra dignità fin nel più profondo.
“Che razza di genitori siamo se non siamo capaci neanche di tutelare e difendere la libertà dei nostri ragazzi”
Impotenza, rabbia, risentimento, un rancore profondo attanagliava le viscere e lo stomaco.
Uno dei vari assessori all’urbanistica, addirittura era venuto a casa nostra con moglie e figlia, aveva cenato con noi, aveva mangiato il pane del nostro lavoro, bevuto l’acqua della nostra speranza, aveva detto che era una cosa intollerabile da continuare. L’assessore aveva promesso di chiarire.
Poi aveva votato a favore dell’incarico di perquisizione. Un comportamento cui è difficile dare un senso.
Nel pomeriggio, i sette “misuratori”, fuori sotto una pioggia battente continuavano a riprendere misure con ogni strumento e a far foto. La relazione prodotta era stata inviata al Sostituto Procuratore che altro non poté fare che rinviarmi a giudizio. Non potendo cambiare i numeri visto che non c’erano rialzi abusivi, nè tantomeno su edificio vincolato avevano relazionato un grave “Cambio di destinazione d’uso” di quasi tutta casa. La stalla che un tempo ospitava i somari era diventata la cucina, il pollaio la caldaia. (Fig.. 92)
Effettivamente quando avevano costruito tre, quattro secoli fa’ come potevano pensare che sarebbero esistite le caldaie, i bagni? Chissà se a quell’epoca si servivano del piano regolatore..
Incredibile, con l’ultimo sopralluogo ero stata accusata di cambio di destinazione d’uso, in altre parole colpevoli di aver recuperato un rudere e abitarci. Chiaramente non avevano altro cui attaccarsi.
Tanto che l’abile e bravo architetto che relazionò a mia difesa, (fig. 103) si fece una grande risata quando finì di leggere la relazione ormai consegnata in Procura. Rideva perché la corposa relazione dei misuratori mi sganciava totalmente dall’accusa per rialzi abusivi, del vincolo di tutela non se ne parlava proprio e il cambio di destinazione d’uso era l’apologo.
Invece per gli abusi relativi alle altezze e la relativa demolizione fino a 2,20 m. tanto sbandierate e reclamate dall’architetta, l’ingegnera e dal geometra (questo addirittura arrivava a 2,65 m.) erano totalmente lontane da ogni verità. Anche l’accusa per l’abuso di rialzo era un falso.
Il Geometra, incaricato e pagato dal Comune dichiara “Le altezze dell’edificio hanno subito variazioni inferiori ai 10 cm”. (fig.93) Ci sarebbe da ridere.
Il 26 Aprile 2006 sono rinviata a giudizio e le persone offese sono: il Comune di Tolfa nella persona del Sindaco e la Soprintendenza ai Beni culturali ed Ambientali per il Lazio (Fig..96-97-98)
Non c’erano più parole. Difendersi era per noi un imbrogliarsi continuo. Non c’era né più un inizio né più una fine. Da che parte incominciare. Gridiamo ma non abbiamo più voce. Era pesante spiegare tutto in poco tempo, la nostra credibilità era compromessa.
Un giorno chiamo un politico dell’opposizione, l’unica risposta che seppe darmi fu: ” ma sai queste sono faccende e interessi privati, non posso proprio farci nulla”.
I nostri due unici amici che pazientemente continuavano ad ascoltarci, temevano seriamente per noi.
Ecco il loro racconto “Per quanto abbiamo potuto toccare con mano e vedere la realizzazione di questo vostro sogno in realtà, ha dell’inverosimile. Non è facile, ancora oggi, capacitarmi di come ci siate riusciti. Certe volte che arrivavamo qui e vedevamo la vostra auto parcheggiata, ma voi per qualche motivo non rispondevate perché occupati altrove. Un grande timore mi assaliva. Avevo paura di trovarvi tutti morti. Come si fa a reggere a una condizione piena di tensione e ingiusta com’è stato per voi? Non ho dimenticato di vedervi pranzare seduti su un sasso in mezzo alla polvere camminare sui tubi e i calcinacci e sentirvi dire questa sarà la cucina”.
O quando, seduta al computer i topolini di campagna passeggiavano tra il muro e i miei piedi. Fuori era freddo ed erano nostri ospiti al calduccio finché non sono arrivati Costanzo e D’Artagnan i gatti.
E già aveva ragione. Come abbiamo fatto?
Chi potrà mai ripagare e a quale prezzo il dolore, la malattia di Claudio, la sofferenza dei nostri figli?
Il 24 febbraio 2006 è stata una delle date che difficilmente dimenticheremo. Era una giornata cupa, piovosa e fredda. Il potere è potere. Con il potere, si può disporre di distruggere e decidere la vita altrui.
Tale situazione, comunque mi ha obbligato all’ingiusta restituzione fondi europei e fondi legge 215/92 “Azioni Positive per l’Imprenditoria Femminile” Circa 50,000 euro per progetti portati comunque a compimento ma non sanati perché gravati da un’accusa pesante come l’abuso edilizio su edificio sottoposto a vincolo di tutela architettonico. Quei soldi erano di diritto nostri eppure li abbiamo dovuti restituire, euro dopo euro, tutto insieme e in una sola volta. (da fig.125 a fig.131)
Il progetto era stato portato a termine correttamente. Le spese corrispondevano tutte …ma il procedimento aperto, l’essere iscritta sul libro degli indagati prima con l’accusa di abuso edilizio su edificio vincolato, rinviata a giudizio e penalmente poi con l’accusa di cambio di destinazione, non mi permetteva di dare avvio ad alcuna attività lavorativa.
Pendevamo in un limbo, casa non era casa ma non era neanche un fabbricato rurale.. il progetto agrituristico non poteva partire…

In tribunale andavo al primo processo tre giorni prima di Natale del 2006 e come altre volte ancora, i “miei” avvocati non mi piacevano, perché nonostante avessi consegnato loro tutti i documenti a mio favore di cui ero in possesso, perché non depositavano la dettagliata relazione dell’architetto che ben spiegava ogni addebito ingiusto e falso, (Fig..103) perché non tutelavano i miei diritti calpestati. Sarebbe finito tutto. Uno stillicidio di paura, di soldi buttati per ogni processo, sono 3000 euro e poco più e un aggiornamento alla prossima data.

Un giorno di aprile del 2007 qualcuno mi fa sapere che questa storia deve finire, forse è andata troppo oltre i limiti del chiacchiericcio di piazza, forse “politicamente” a qualcuno può nuocere.
Nei primi giorni di Maggio del 2007 si chiude l’iter amministrativo e la prima parte dei problemi. Ci viene rilasciato dal Comune di Tolfa il permesso di costruire in sanatoria per quei manufatti ulteriori ma ammessi dal piano regolatore. (fig. 100) Il casale non ha nessun vincolo di tutela. Ormai è chiaro.
Venti giorni dopo Claudio è ricoverato in ospedale a Tarquinia, dopo due giorni in reparto, Claudio ha una lesione ischemica cerebrale.
E’ un periodo intenso di dolore, pena e sofferenza. E’ l’inizio di anni di dolore e paura.
Intanto il processo penale va avanti, o meglio rinviato a nuova data, non riusciamo a vedere la fine, qualcosa non è chiaro, i dubbi sul “come” gli avvocati mi difendono sono sempre più forti. Perché non depositano i documenti che mi porterebbero a risolvere e chiudere il problema penale, la concessione in sanatoria e la relazione dell’architetto a mia difesa?
Nell’inverno del 2008 inizio a cercare contatti per trovare un nuovo legale, attraverso internet conosco un’avvocata di Genova.
L’avv. è giovane, “pulita”, ha pazienza, legge tutte le carte, circa 270 documenti che nel frattempo ho pubblicato su un sito internet. L’avvocata immediatamente mette a fuoco la situazione … di lì a un mese scadranno i termini per la richiesta di danni, siamo appena in tempo. Una mattina di giugno del 2008 prendo il treno e parto per Genova, il pomeriggio stesso l’avvocata invia la richiesta stragiudiziale di risarcimento danni a chi ha dichiarato il falso e al sindaco pro tempore. Ce l’abbiamo fatta, abbiamo interrotto i tempi. (fig.104)
A settembre del 2008 l’avv. viene in Tribunale, deposita gli atti e la vicenda penale a mio carico si chiude. E’ l’ultimo processo. (Fig.. 102) E forse capisco anche perché non avevano fino a quel momento depositato gli atti ..la prescrizione per la richiesta dei danni, forse?
Tre donne che ci hanno salvato. Nessuna di loro ci conosceva. Loro ci hanno creduto.
Alla richiesta di danni nessuno ha mai risposto.
E’ arrivato invece un invito al silenzio!!!
Mi sono fermata ho continuato a lavorare. Un radicale cambiamento del carattere di Claudio dopo l’ictus ci metteva in seria difficoltà.
Troppo dolore per tre ragazzi che non avevano nessuna colpa.
Nessuno si esprime più. Nessuno ha mai replicato.
Professionisti, amministratori che hanno dimostrato di saper fare del male, di esserne pienamente capaci, di averne la faccia e di sapere come governare. Hanno saputo ferire, messo in pericolo la nostra stessa vita, hanno negato a dei ragazzi la serenità. A piene mani hanno caricato di dolore le loro giovani vite, tolto loro il padre e distrutto i giorni dell’innocenza, la parte più bella della loro vita.

–o0o–

A casa alla Fontana del Papa

E’ trascorso del tempo, i problemi penali e amministrativi sono ormai storia passata, la vita ha ripreso il suo corso, l’uliveto è rigoglioso e ricco di frutti, l’orto lussureggiante regala ogni sorta di ben di Dio per la nostra tavola. Le orchidee selvatiche, i ciclamini e le viole ricamano in primavera il prato del castagneto, in autunno i funghi porcini vanno direttamente in padella con prezzemolo, aglio, finocchio selvatico e il nostro olio… il profumo invita tutti a tavola.
Ogni ottobre iniziamo la raccolta delle olive. Grandi teli vengono stesi sotto ogni albero, al trattore attacchiamo un compressore con gli abbacchiatori. Le olive che cadono sui teli sono messi in cassette ben areate e la sera stessa trasportati al frantoio. La prima fase è la sfogliatura poi il lavaggio accurato. Inizia la frangitura della polpa e del nocciolo, segue la gramolatura che rimescola polpa e osso separando l’acqua presente. Al frantoiano è affidata la responsabilità della temperatura che deve rimanere bassa e alla luce che non deve arrivare e alla brevità di tutto il procedimento. L’ultima fase è l’estrazione dell’olio che può avvenire a pressa verticale o a centrifugazione. L’olio è stoccato in tini di acciaio in un ambiente asciutto e lontano dalla luce. Il nostro olio è sulla tavola a novembre di ogni anno!
Un breve tratto di sentiero ciottolato che, nei secoli scorsi, conduceva la gente proveniente da Casal dé Frati alla sorgente della Fontana del Papa, è riportato alla luce e scoperto dalla terra che lo copriva, altri lavori di scavo saranno effettuati in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria.
Il terreno a valle, quello famoso per l’alto indice di edificabilità, è diventato sede di scavi archeologici. Dopo un’indagine satellitare e a terra sono stati ritrovati reperti risalenti al periodo preistorico dell’età del rame. Un insediamento anteriore agli Etruschi. La vita passata e continua alla Fontana del Papa, il “triangolo d’oro” di studio da parte degli archeologi. Una miniera, un paradiso, di cui noi, la nostra famiglia, i nostri figli siamo divenuti “La Storia”.
La Fontana del Papa diviene la Casa lontano da casa per una varia umanità proveniente da ogni parte del mondo.
Il mondo è a casa nostra. In ogni parte del mondo, in un angolo sperduto c’è qualcuno che serba un ricordo di noi, della nostra famiglia, della nostra casa, degli attimi sereni trascorsi insieme, delle chiacchierate con Claudio a proposito dei vini italiani. Migliaia di amici di diversa cultura, colore della pelle e razza sparsi in ogni dove…
Con i nostri ospiti oltre che un lavoro svolto con grande passione abbiamo riaperto il nostro cuore alla speranza. Ognuno di loro ha una storia, una cultura diversa dalla nostra. Anche se per pochi giorni, sono e divengono parte della nostra famiglia. Molti di loro sono italo – americani e tanti alla ricerca di quelle radici ormai lontane, di ricordi lontani dove i nonni emigrati in America durante la prima metà del 1900 mai impararono a parlare quella lingua nuova e portavano con loro sofferenza e povertà ma mantenevano l’unione della famiglia. I nipotini erano affidati alle nonne e solo con loro potevano parlare l’italiano, un antico dialetto. Molti di loro ricordano i piatti che le nonne cucinavano e ci chiedono di mangiarli ancora. Non c’è difficoltà, i piatti “poveri” e semplici sono la nostra dieta naturale. Ben voleva i “macaroni”, Janet ci chiese “pasta e fasule”, Tricia insisteva con “i fiori ‘e cuguzza”. Niente di meglio, in estate è un trionfo dell’orto.
Joseph ricorda sempre la nonna chiamarlo “Giuseppino mangia, mangia.”
Non possiamo dimenticare Joanna che venne per stare due giorni e rimase oltre dieci. Voleva dipingere, così fece.
Il terzo giorno con nostra grande sorpresa iniziò a parlare una lingua per noi pressoché incomprensibile ma familiare. Cos’era successo?
Il dialetto colorito della Campania ma i termini persino arcaici. Di filato parlava e parlava, e com’era potuto accadere?
Si era sentita a casa, in famiglia, ed era ritornata ai tempi della sua infanzia.
La sua mamma, emigrata in America all’età di diciassette anni e il marito, il padre di Joanna ne aveva appena diciotto. Il padre era operaio, la mamma di Joanna lavorava in casa e aveva tanto lavoro con gli undici figli che mise al mondo. Joanna era l’ultima. La mamma di Joanna non imparò mai la lingua inglese e con i figli parlava soltanto nella sua lingua nativa, il dialetto della sua terra d’origine. Un dialetto che comunque perse un pò della vivacità vigorosa propria di ogni lingua, alcune parole si storpiarono e i ragazzi crebbero imparando comunque la lingua della madre. Joanna imparò l’inglese alla scuola materna, ci raccontava la grande difficoltà d’inserimento poi superata durante l’età adolescenziale. La mamma di Joanna morì alla bella età di novantadue anni e fino alla fine parlò solo e soltanto la sua lingua d’origine.
Joanna è ora un’affermata e ricca manager di una catena di hotels e con noi ritrovò quell’antico piacevole ricordo lontano.
Dan invece ricordava che suo padre quando lo sentiva parlare in italiano lo picchiava. Era la lingua che da bambino aveva appreso dalla nonna, mamma del padre di Dan. Veloce doveva essere l’integrazione nella nuova società e l’ italiano era un intralcio. Eppure Dan ricordava con immensa tenerezza e gratitudine la nonna che si occupava di lui e gli preparava la pasta, gli gnocchi, come lui ci ha raccontato.
E Linda con il suo piccolo Joseph alla ricerca delle sue origini ha ritrovato a Tolfa la casa dove la sua bisnonna era nata, in via Annibalcaro.
E quanti altri ancora. Uno a uno li ricordiamo, ognuno con il proprio vissuto, i loro racconti … ma questa è un’altra storia che è nata da un progetto, da un sogno, l’amore per la vita, la fratellanza di tutti gli uomini del mondo e che è diventata realtà a casa nostra, la Fontana del Papa.

“…Un luogo incantato, dove ho ritrovato il senso del silenzio in intensi e lunghi attimi di serenità, la gioia profonda e dimenticata del ridere di niente, la sazietà negli occhi di abbracciare ampie immagini remote, il calore e il crepitio giocoso del fuoco, il borbottio vitale e solitario dell’acqua che scorre. L’alba, i suoi irrefrenabili e violenti colori che preludono al giorno che verrà … e le stelle, sì… ho riscoperto che nel cielo la notte ci sono le stelle: tante, luminose, vivide, irraggiungibili ma vicine a me… ” – F. L. R.
….o0o….
A Luca, Emma e Andrea

“Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni” – E. Roosevelt

Ai miei genitori che mi hanno insegnato l’onestà e il lavoro

A Claudio, compagno di un tempo di vita e padre
Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che, forse, non meritavi. – Oriana Fallaci

Ai miei figli
E’ una storia, la nostra storia, le parole non mi aiutano a raccontarvi quello che vorrei, il tempo è stato avaro di momenti di quiete, dove il guardarsi, l’esserci, consente di dire quello che il cuore non può contenere e la mente non può trattenere … la gioia, l’amarezza, lo sconcerto, la meraviglia, la passione, la rabbia, l’incredulità, lo stupore, la confusione e infine lo sconvolgimento che noi tutti abbiamo vissuto in questi ultimi anni.
Lo sapete, sono vostra madre, mi conoscete, sono sempre stata curiosa, ho sempre voluto capire, voglio capire, ancora oggi forse non riesco a capire quello che è successo e il perché, so solo che devo ritornare agli avvenimenti assurdi e splendidi ma passati, ai quali non ho trovato risposte.
Una vita, tanti sogni, devo affondare nei ricordi per restituirveli, devo ripercorrere la mia, la nostra strada, alla vita di ogni giorno.
Dobbiamo riprendere la nostra strada, e perché sia, occorre ritornare indietro e ripartire con i sogni in tasca e la tenacia nella mente …
Sarò noiosa, forse no, tante cose le conoscete, le sapete già, per averle vissute sulla vostra pelle e tante vi sono entrate nelle ossa. Con i miei sogni, mi sento colpevole di avervi dato anche tante incertezze.
Siamo tutti stanchi per quello che, malgrado noi stessi, abbiamo subito, poteva finire, non è andata così.
Siamo riusciti a difenderci dalle tante ingiustizie, abbiamo saputo pazientare nel sentirci beffeggiati pur essendo dalla parte della ragione, abbiamo reagito a tanta illegalità e ingiustizia, abbiamo solo lavorato e tanto.
Non abbiamo mai esitato sulla bellezza dei nostri sogni. Abbiamo avuto tanta fiducia in noi stessi.
Un tratto della nostra vita, di vostro padre e mia, dei lunghi momenti di paura, della gioia di realizzare, di creare, dare vita, avere una famiglia.
Questo è un atto dovuto a quanti forse, al posto nostro non ce l’hanno fatta.
Un atto dovuto per voi ragazzi, che nonostante la vostra giovane età avete dovuto pagare conti che a voi non spettavano.
Un atto dovuto verso vostro padre, che con grande capacità intellettiva e umana, ha saputo capire circostanze, intrecci ed ha pagato con il peggiore dei modi, con la sua salute, e infine la solitudine.
La carta mi ha aiutato a fissare e capire, a elaborare il dolore ingiusto e cosa siamo, la nostra famiglia, l’amore che avete avuto e che forse non ho, non abbiamo saputo e avuto il tempo di farvi
capire.

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Gli Ordini Professionali Architetti e Ingegneri Roma e Provincia

fig - 62fig - 62a

fig - 27b

Qui  sopra dichiarano il falso

qui sotto la dimostrazione che hanno dichiarato un falso e grave

Di seguito gli Ordini archiviano, e nonostante la copiosa documentazione fornita a dimostrazione del falso così mi rispondono:

” qualora ritenga che da parte dei professionisti siano state enunciate dichiarazioni “false”, potrà rappresentare i fatti alla competente magistratura”

fig - 52

nel 2003 dichiarano e firmano il “FALSO” (documentale) … sono segnalate alle rispettive Commissioni Deontologiche…. Volete sapere come è andata a finire?
Gli Ordini Professionali ARCHIVIANO… le due professioniste, grazie a questa becera decisione a vergognosa tutela dell’illegalità e a totale sfregio della legge e della legittimità, occupano il posto di Dirigenti di Uffici Urbanistici (a tempo indeterminato)

Una di queste, il 6 marzo 2008 con  Dd n.785/08 del Comune di CIVITAVECCHIA  rappresenta l’Ordine Professionale degli Architetti nella Commissione Tecnica Integrata per l’espressione dei pareri paesistici . E dall’8 febb. 2011 rilascia autorizzazioni in materia di tutela paesaggistica presso il Comune di ORIOLO ROMANO DG n. 21/11)

fig - 135

fig - 138fig - 139fig - 139afig - 141bfig - 141afig - 142fig - 143fig - 144fig - 145fig - 146

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

Il libro corredato da  circa 150  documenti è reperibile a Tolfa, Allumiere. A Civitavecchia presso le edicole della Stazione, Ospedale, Apollodoro e Madonnina. A Viterbo presso il Museo Colle del Duomo.  A Santa Marinella Libreria “Il filo di Sofia”. Edicola della Stazione ferroviaria di Civitavecchia. A Oriolo Romano “La Matita” e Manziana  edicola vicino alla scuola elementare

Il libro è stato pubblicato a totale ed esclusico carico dei costi dall’autore

La Perquisizione

Ormai ero nel libro degli indagati. Le due tecniche avevano richiesto permesso di effettuare un sopralluogo. Era stata concessa l’autorizzazione e ora, giustamente, il Procuratore dopo due anni di silenzio da parte del Comune pretendeva una risposta. (fig.82)

Era vero o no che avevo operato un abuso edilizio grave su edificio vincolato? Era questo che avevano dichiarato dall’ufficio tecnico del Comune. Era questo che voleva sapere il Procuratore. Era vero o no?

In Comune sono in agitazione, devono rispondere entro cinque giorni al Procuratore. (da fig.83 a 89) Immediatamente, la Giunta delibera unanime  l’incarico di richiesta di supporto tecnico per rilievo dell’immobile della Fontana del Papa. (fig. 84)

Il 24 febbraio 2006 arrivano in sette, tutti pagati dal Comune, il geometra incaricato con tre aiutanti, attrezzati di varia strumentazione adatta al compito assegnato: distanziometro portatile della ditta Leica tipo disto Classic, stazione totale TOPCON GPT 6005 matricola Wv0834 senza l’ausilio di prisma riflettente, scrivono nel verbale. Le misurazioni stavolta dovevano essere precisissime.

Ci sono poi tre Vigili urbani, e l’architetto del Comune. (fig.93)

Nel salone il camino era acceso e tutte le stanze in ordine. Non trovo parola migliore per descrivere quella spedizione che “perquisizione”. Una vergognosa perquisizione!

Non ricordo i loro sguardi, piuttosto preferivano non guardarmi negli occhi, le spalle erano basse procedevano senza parlare, forse qualcuno di loro si vergognava pure di essere lì! E avevano ragione a provare imbarazzo! Ne provavo tanto per loro e per me.

……………………. quella situazione di cui ci  vergognavamo profondamente………………Misuravano ogni angolo, ripiano, alzata e fuori squadro. L’architetto fotografava ogni angolo, ogni stanza ogni bagno, tutto.  Era disgustoso vederli entrare in tutte le stanze senza chiedere nessun permesso, ……………

Erano  estranei, perfetti sconosciuti, che però avevano facoltà piena e legale di spostare letti e mobili ………….. Si rendevano conto di quanto male erano stati capaci di fare? In qualcosa erano riusciti perfettamente.  Offendere la nostra dignità fin nel più profondo………………….. Impotenza,  rabbia, risentimento, un rancore profondo ……..

…………………….. Nel pomeriggio, i sette “misuratori”, fuori sotto una pioggia battente continuavano a riprendere misure con ogni strumento e a far foto. La relazione prodotta era stata inviata al Sostituto Procuratore che altro non poté fare che rinviarmi a giudizio. Non potendo cambiare i numeri visto che non c’erano rialzi abusivi, nè tantomeno su edificio vincolato avevano relazionato un grave “Cambio di destinazione d’uso” di quasi tutta casa. La stalla che un tempo ospitava i somari era diventata la cucina, il pollaio la caldaia. (Fig.. 92)

Effettivamente quando avevano costruito tre, quattro secoli fa’ come potevano pensare che sarebbero esistite le caldaie, i bagni? Chissà se a quell’epoca si servivano del piano regolatore..

Incredibile, con  l’ultimo sopralluogo ero stata  accusata di cambio di destinazione d’uso, in altre parole colpevoli di aver  recuperato un rudere e abitarci. ….

……………

Il 26 Aprile 2006 sono rinviata a giudizio e le persone offese sono: il Comune di Tolfa nella persona del Sindaco e la Soprintendenza ai Beni culturali ed Ambientali per il Lazio (Fig..96-97-98)

Non c’erano più parole. Difendersi era per noi un imbrogliarsi continuo. Non c’era né più un inizio né più una fine. Da che parte incominciare. Gridiamo ma non abbiamo più voce. Era pesante spiegare tutto in poco tempo, la nostra credibilità era compromessa.

Un giorno chiamo un politico dell’opposizione, l’unica risposta che seppe darmi fu: ” ma sai queste sono faccende e interessi privati, non posso proprio farci nulla“.

……..

Il 24 febbraio 2006 è stata una delle date che difficilmente dimenticheremo. Era una giornata cupa, piovosa e fredda. Il potere è potere. Con il potere, si può disporre di distruggere e decidere la vita altrui.

Tale situazione, comunque mi ha obbligato all’ingiusta restituzione fondi europei e fondi legge 215/92 “Azioni Positive per l’Imprenditoria Femminile” Circa 50,000 euro per progetti portati comunque a compimento ma non sanati perché gravati da un’accusa pesante come l’abuso edilizio su edificio sottoposto a vincolo di tutela architettonico. Quei soldi erano di diritto nostri eppure li abbiamo dovuti restituire, euro dopo euro, tutto insieme e in una sola volta. (da fig.125 a fig.131)

fig - 121fig - 129

Il progetto era stato portato a termine correttamente. Le spese corrispondevano tutte …ma il procedimento aperto, l’essere iscritta sul libro degli indagati prima con l’accusa di abuso edilizio su edificio vincolato, rinviata a giudizio e penalmente poi con l’accusa di cambio di destinazione, non mi permetteva di dare avvio ad alcuna attività lavorativa.

Pendevamo in un limbo, casa non era casa ma non era neanche un fabbricato rurale.. il progetto agrituristico non poteva partire…

In tribunale andavo al primo processo tre giorni prima di Natale del 2006 ……Uno stillicidio di paura, di soldi buttati per ogni processo, sono 3000 euro e poco più e un aggiornamento alla prossima data.

Un giorno di aprile del 2007 qualcuno mi fa sapere che questa storia deve finire, forse è andata troppo oltre i limiti del chiacchiericcio di piazza…..

…………………. Il casale non ha nessun vincolo di tutela. Ormai è chiaro…………………………………..Intanto il processo penale va avanti, o meglio rinviato a nuova data, non riusciamo a vedere la fine, qualcosa non è chiaro, i dubbi sul “come” gli avvocati mi difendono sono sempre più forti. Perché non depositano i documenti che mi porterebbero a risolvere e chiudere il problema penale, la concessione in sanatoria e la relazione dell’architetto a mia difesa?

Nell’inverno del 2008 inizio a cercare contatti per trovare un nuovo legale, attraverso internet conosco un’avvocata di Genova.

L’avv. è giovane, “pulita”, ha pazienza, legge tutte le carte, circa 270 documenti che nel frattempo ho pubblicato su un sito internet. L’avvocata immediatamente mette a fuoco la situazione … di lì a un mese scadranno i termini per la richiesta di danni, siamo appena in tempo. Una mattina di giugno del 2008 prendo il treno e parto per Genova, il pomeriggio stesso l’avvocata invia la richiesta stragiudiziale di risarcimento danni a chi ha dichiarato il falso e al sindaco pro tempore. Ce l’abbiamo fatta, abbiamo interrotto i tempi. (fig.104)

A settembre del 2008 l’avv. viene in Tribunale, deposita gli atti e la vicenda penale a mio carico si chiude. E’ l’ultimo processo. (Fig.. 102) E forse capisco anche perché non avevano fino a quel momento depositato gli atti ..la prescrizione per la richiesta dei danni, forse?

……

Alla richiesta di danni nessuno ha mai risposto.  E’ arrivato invece un invito al silenzio!!!

Mi sono fermata ho continuato a lavorare. Troppo dolore …………Nessuno si esprime più. Nessuno ha mai replicato.

Professionisti, amministratori che hanno dimostrato di saper fare del male, di esserne pienamente capaci, di averne la faccia e di sapere come governare. Hanno saputo ferire, messo in pericolo la nostra stessa vita, hanno negato a dei ragazzi la serenità.  A piene mani hanno caricato di dolore  le loro giovani vite, tolto loro il padre e distrutto i giorni dell’innocenza, la parte più bella della loro vita.

L’edificabilità da capogiro su uno dei miei terreni

Alla fine di Novembre “qualcuno” che conosceva bene la nostra storia, si preoccupa di comunicarci una notizia, di notevole interesse: il Casale non ha nessun Vincolo di tutela architettonica ma invece il terreno di mia proprietà confinante con le terme del Bagnarello e con i terreni di proprietà Agraria e Confraternita ha un indice di edificabilità da capogiro. (fig. 59) Non ci crediamo.  Ma allora che storia è questa? Che non fosse vincolato non lo sapevamo, che non avessimo fatto che dei rialzi modesti e nulli lo sapevamo …e allora? Il Piano Regolatore del Comune di Tolfa all’epoca dell’acquisto, e cioè a gennaio 2001, prevedeva sui nostri terreni agricoli un indice di edificabilità quasi nullo, in altre parole era permesso costruire appena un ricovero agricolo di pochi metri quadri.

Invece dopo poco più di un mese che ne ero proprietaria, l’indice di edificabilità era cambiato in “zona agricola con suscettività d’uso turistico … ricettivi, attraverso programmi integrati d’intervento d’iniziativa pubblica o privata …” recita il Piano Regolatore Generale. (fig. 59)

Un indice di edificabilità di assoluto interesse. Corrispondente a circa 8.700 metri cubi = una trentina di villette su circa cinque ettari di terreno di nostra proprietà e sgravato dall’uso civico.

Non sapevamo di questa enorme opportunità di costruire anche perché il certificato di destinazione urbanistica lo avevamo richiesto prima dell’acquisto e con il progetto già approvato, quindi non potevamo saperlo e nessuno ce lo aveva mai detto, anche durante i vari incontri con tecnici e politici. (Dopo capimmo anche la visita a luglio dell’assessore e dei due che si occupavano di Costruzioni e turismo… ma era anche il periodo dei Patti territoriali degli Etruschi)

Intanto richiedo al Ministero dei Beni culturali di sapere se la mia casa ha qualche vincolo di tutela architettonica. A fine dicembre 2003 il Ministero dei Beni culturali emette certificato di esito negativo. (fig. 53) Il vincolo di tutela non esisteva neanche nella variante generale al Piano Regolatore Generale. Neanche quello era mai esistito. (fig. 28-52)  Eppure le due professioniste e il geometra comunale dichiaravano e firmavano che era vincolato, anzi perimetrato da un cerchietto rosso. Assurdo. Niente di più falso. (fig. 27 – 55- 56-57) Un anno prima invece il geometra non lo scriveva (fig. 54)

Dal Comune continuavano imperturbabili a sostenere la tesi dell’edificio vincolato. Scrivevo e non rispondevano (fig. 75 -76 )  A novembre dello stesso anno, il Geometra Comunale rilasciava il Certificato Destinazione Urbanistica e dichiarava “Sul fabbricato esistente, si applicano le norme di salvaguardia relative l’art. 35 della variante generale al Piano Regolatore Generale.” in altre parole  “il casale della Fontana del Papa è sottoposto a vincolo di tutela” . (fig. 55 – 56 – 57). Il Segretario Comunale invita il geometra “dopo colloquio in merito alla problematica” a tenere conto delle precisazioni dei redattori del piano riguardo al vincolo che avevano scritto (fig. 56 )

e cioè “.. la volontà dei progettisti è quella di sottoporre a tutela il fabbricato menzionato, indipendentemente dal posizionamento del cerchio rosso…” (fig.51)

E come si poteva uscire da questo nodo scorsoio, da questi loro giochi  di parole e propositi?

Avevo messo nero su bianco più di una volta  “il casale della Fontana del Papa non è vincolato, e non ho commesso gli abusi di rialzi di cui mi accusate” avevo pianto e urlato senza mai ottenere risposta. Ricordo che per una intera mattinata piansi nella stanza accanto all’ufficio urbanistica del Comune…

Ero finita in mezzo ad un pantano di guai con la peggiore delle accuse: abuso edilizio grave e su edificio vincolato nonostante avessimo lavorato in scienza e coscienza.

La comunicazione di esito negativo era subito portata a conoscenza del Sindaco, dell’intera Giunta, del Segretario Comunale, dell’assessore, dell’intero Consiglio Comunale, e soprattutto all’ingegnera, all’architetta e al geometra. Fanno orecchie da mercante, non rispondono nulla. (fig.62)

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

Il libro corredato da  circa 150  documenti è reperibile a Tolfa, Allumiere. A Viterbo presso il Museo Colle del Duomo.  A Santa Marinella Libreria “Il filo di Sofia”. Edicola della Stazione ferroviaria di Civitavecchia. A Oriolo Romano “La Matita” e Manziana  edicola vicino alla scuola elementare

Il libro è stato pubblicato a totale ed esclusico carico dei costi dall’autore

2003 Procedimenti Mentali e accurati studi

“Procedimenti mentali, e studi accurati delle normative vigenti” proprio così. (fig. 46)

Dopo quell’ordinanza di demolizione non pensavo ad altro che a scrivere, e inizio a mandare note a un numero infinito di gente, politici di fama, associazioni di donne, commissioni europee. Quasi nessuno ha mai risposto, eccetto la commissione e il difensore civico europeo che m’informava riguardo la non competenza a procedere.

………..una donna  risponde ….. Non ci posso credere. Vuole capire e un giorno viene a trovarci. Legge le carte. “Non è possibile. Non è possibile” mormorava scorrendo i fogli.

Uno spiraglio, una luce, qualcuno finalmente ci ascolta. Qualcuno che vuole capire. Una Donna.

Al Comune invece si divertono col pennarello rosso e blu. (fig. 39-40)

in questa cartellina erano inseriti i miei documenti

Infine che male c’è, sono tutti giovani. Procedono con le comunicazioni in Procura, le accuse vanno sempre più aggravandosi.

Un amico avvocato mi consiglia di richiedere gli atti propedeutici alle ordinanze, così faccio (fig. 45) L’architetta e l’ingegnera rispondono subito “Procedimenti mentali e accurati studi – tali atti non sono trasferibili.” (fig. 46)

Leggiamo e rileggiamo più volte. Procedimenti mentali? Accurati studi.  “Ma che scrivono?” sarà “procedimenti penali“! macché è proprio “procedimenti mentali

Dispongono di demolire casa e come motivazione, scrivono: procedimenti mentali e accurati studi.

Oltre il danno, pure la beffa. Offendono e ci prendono in giro  in continuazione.

A fine ottobre 2003 due carabinieri arrivano a casa nostra, Andrea che all’epoca aveva 9 anni,  mi chiama: ” mamma ci sono i Carabinieri“, il cuore salta in gola ancora  “Signora non si preoccupi non è nulla, è solo una convocazione!” I due molto gentili, mi consegnano un invito a presentarmi alla locale Caserma dei Carabinieri dove sarò ufficialmente informata di essere indagata per un reato molto grave. (fig. 47)  Come dire, con lo stesso addebito che se avessi demolito il Colosseo e costruito al suo posto tante palazzine.

Il Sostituto Procuratore dopo aver letto “abuso su un edificio vincolato” aveva l’obbligo di procedere all’iscrizione sul libro degli indagati e avviare il procedimento penale a mio carico. Era fatta, ero indagata. Ero formalmente una delinquente. Dovevo solo pensare a difendermi. Dovevo solo pensare a trovare i soldi e tanti per difendermi.

Intanto il vicino campagnolo riscrive al Comune e alla Procura, stavolta usa il pc  (fig. 48)

Ma anche una serie di situazioni incredibili e difficili da raccontare da parte dei funzionari del Comune. In una nota inviata ai redattori del Piano Regolatore, (fig. 50) tentano di correggere la mappa catastale vecchia di anni e anni “ … da un attento esame si è notato che … Il toponimo (Fontana del Papa) nelle tavole di azzonamento del territorio … risulta erroneamente leggermente traslato rispetto a quella che è la sua reale posizione”.

Insomma pretendevano di spostare addirittura le località sulla mappa catastale.

Sconcertante invece quanto viene risposto “..si precisa che la volontà dei progettisti è quella di sottoporre a tutela il fabbricato menzionato, indipendentemente dal posizionamento del cerchio rosso…” (fig.51)

Ma ancor più inquietante quanto scrive il Segretario Comunale. (fig. 56 -80)

Non è possibile. Non è possibile.

Ovviamente di tutte queste note intercorse, noi non ne sapevamo nulla, solo dopo ne verremo a conoscenza

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Ordinanza di demolizione

Era una giornata luminosa e calda di primo autunno, mi trovavo nell’orto vicino alla fontana quando Giuseppe, il messo comunale, è arrivato. “Mi spiace, davvero, purtroppo devo farlo io, devo notificarti questa roba, che vergogna. Non sarei mai voluto venire.”

Il 3 ottobre 2003, il giorno dopo la delibera di consiglio “per aiutarci” l’Ufficio Tecnico Comunale firma l’Ordinanza di demolizione delle opere ritenute abusive. (fig. 42) Tutti i tetti del Casale della Fontana del Papa, della nostra casa. Qualora non avessimo dato seguito alla demolizione visto  che dichiarano che l’edificio è vincolato, un articolo di legge inserito nell’Ordinanza prevede il passaggio di proprietà della nostra casa e del terreno di pertinenza al Comune di Tolfa che ne avrebbe disposto a piacimento la destinazione, anche la vendita.

Dopo tale disposizione avemmo un solo grande dubbio “Come facciamo? Paghiamo l’avvocato per il ricorso avverso l’Ordinanza o paghiamo le porte?”.

Decidiamo di continuare a lavorare inseguendo quel nostro sogno di portare a casa i nostri figli. Era troppo insensata la storia della demolizione, in Comune si erano sbagliati. Lo dicevano tutti. O meglio, è troppo assurdo, per essere vero. Demolire non era possibile. Me lo dissero pure loro “ Non  penserai davvero di demolire!”

Tutti, Sindaco, vice, assessori ripetono rassicurandoci “ E’ uno sbaglio, si troverà una soluzione.”

State tranquilli, siete in una botte di ferro e poi…. con due cugini in giunta …e chi vi tocca!!!!” Chi disse queste parole sapeva che questo era una garanzia sull’operato e sulla trasparenza e correttezza degli uffici pubblici… a ripensarci…ad un orecchio disattento, come possono dei cugini disinteressarsi della sorte e della vita di un loro stretto congiunto, della sua famiglia, come possono avallare un falso palese?

Continuiamo a lavorare pur avendo due provvedimenti così gravi, la sospensione dei lavori e la demolizione dei tetti.

L’assessore, quello che ci era venuto a trovare a luglio, telefona, torna a trovarci, ci ha fatto un favore dice: “Sono riuscito a far allungare i tempi per la demolizione, 180 giorni. La legge ne impone novanta di giorni. Intanto vediamo se possiamo sistemarvi con l’ufficio tecnico.” Non solo, ci porta anche dei fogli con sopra le leggi che regolano la demolizione. Per ringraziarlo gli regaliamo due buste piene d’insalata che gradisce contento. Più tardi avremmo capito  perché era contento. Non era per l’insalata.

Claudio seduto su un sacco di cemento, appena andato via l’assessore con l’insalata, più a se stesso disse “Non mi fido, non farlo più entrare qui, porta solo malaugurio.. la malasorte esce dalla pelle avvinazzata …m’è parso un prete, caccialo via…”

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Il Tessitore

Siccome la presa in giro della Delibera pareva essere andata a buon fine, avevano deciso di anticiparmi la notizia della demolizione, forse per vedere l’effetto che fa e in anteprima e soprattutto, dal vivo…

Mi convocano in Comune. Lo stato d’animo era di chi non capisce, di chi ignaro sta  iniziando a mettere la testa sotto la lama tagliente della ghigliottina e non la vede.  Stavo per essere buttata in un pozzo e neanche lo immaginavo. La delibera, per sanare abusi altrui era del giorno precedente e ancora non avevamo ben assimilato le sequenze di quelle giornate. Loro dovevano procedere, dovevano andare avanti. Arrivo al Comune entro nella stanza erano già tutti li, tre quarti della Giunta e un architetto.

Questo inizia lentamente a parlare, il tono era sicuro, dei presenti era il più alto, pieno di sé, del suo saper far fare le mosse alle sue pedine, insomma la testa. Le parole uscivano e volutamente trattenute  a privare quelle frasi che contenevano una parola assurda e pesante. Ghirigori di lemmi scivolate nel silenzio, sfuggente lo sguardo verso la giunta, mi appunta di tanto in tanto. . avvertivo però un sottile a tagliente piacere fuoriuscire dalla pelle un poco untuosa del comiziante. La distruzione, lo smembramento di tutti i tetti e la demolizione di uno, due e tre metri di muro. Insomma mi stava dicendo che dovevo demolire casa!

L’espressione, controllata, era sulla scena “Ora, purtroppo, dobbiamo procedere con un’altra Ordinanza, perché la legge...” e giù un ciarlare forbito e vizioso che non seguivo. Pareva di essere  a teatro! Un incubo da cui pensavo non essere io la protagonista, sbalordita e ormai anche confusa, osservavo l’oratore e gli altri presenti.

C’era da ridere e assurdamente soltanto io ridevo, gli altri erano seri, fermi, la truppa di scena forse conosceva il finale, forse alcuni non conoscevano l’inizio, ma il piacere di avere sotto punta di spada la preda li travolgeva, l’adrenalina sazia l’ubriacatura di potere, la lama entra lentamente con le parole dell’architetto, loro erano fuori dal mio sogno angoscioso.

Il forte  e decadente gladiatore sta per finire la sua vita, vedono il volo libero verso la terra che non l’avrebbe abbracciato ma inghiottito! Un piacere sordo e atavico. La punizione, il sangue, la paura e la fine. Il potere di decidere la vita e la morte, piacere viscerale di menti stordite da un poter effimero, espressioni complici e distanti. Gli applausi non li sentivo, il consenso era nell’ impassibilità il compiacimento pieno e totale verso l’eccelso dicitore sul finire del suo eloquio.

Di lì a poco, io avrei iniziato a piangere e tanto. Li osservo, la mia testa la sento vuota! Non so rispondere. Tre quarti della Giunta si sforza nel mostrare un apparente compassione ma un’ impercettibile appagamento trapela dalle loro bocche serrate, dagli occhi diventati fessure imperscrutabili .

Qualcuno aveva deciso e loro, stavano eseguendo un atto.

Chi aveva iniziato questo disegno? Chi era il tessitore?

Chi aveva studiato come procedere contro di noi e metterci in mezzo ad una strada?

Chi voleva la Fontana del Papa?

Non trovo più il filo logico per replicare. E davvero ridacchiando, mi alzo dalla sedia, sento il bisogno di uscire, dico forse più a me stessa “… ne scriverò un libro… si per la vergogna ne scriverò una storia Mi volete far demolire l’unico casale bello che c’è nelle campagne di Tolfa, Eh Sindaco tu che dici?” Li guardai tutti, uno a uno, volsi le spalle, me ne andai.

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La Delibera di Consiglio

Dal comune tutti, indistintamente tutti, ammettevano che era un grosso errore e da portare subito a fine.

I politici amministratori promettono di venirci incontro e regolare l’articolo del Piano regolatore riguardante le norme da osservare nel recupero dei centri storici, degli edifici di pregio e tutelati. Hanno l’ardire e la gran faccia tosta, durante un incontro organizzato, di pretendere di farci credere che servisse solo per aiutare a noi, “Pensa, addirittura scomodiamo l’intero consiglio comunale per te”, qualcuno disse.

Era il 2 ottobre del 2003, il giorno del compleanno di Claudio. La sera, era convocato il consiglio straordinario. (Fig..106)

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Leggi e rileggi le norme e le prescrizioni particolari per gli edifici vincolati della premessa in Delibera, non trovavamo nulla che potesse aiutarci a risolvere i nostri guai, che potesse riguardarci. Chiamammo il sindaco, questo barbugliò qualcosa e se ne andò, poi l’assessore all’urbanistica, (che a stò punto è chiaro faceva finta di leggere quello che già conosceva troppo bene..)  paonazzo in volto disse: “forse si sono sbagliati foglie adesso chi ci va a a Civitavecchia a prendere quell’altro foglio dall’assistente dell’architetto?… è quell’altro…si ..si.. è quell’altro foglio..! – “Andiamo noi, Claudio ed io!” – ” Andate! Andate noi intanto andiamo avanti con il consiglio!” Una corsa in macchina a Civitavecchia al ritorno rileggiamo attentamente, ma il foglio era lo stesso identico a quello di prima, ma come fare a capire in quei momenti che ci stavano imbrogliando alla grande, come capire parole tecniche e numeri di articoli! Possibile che quell’assessore fosse così, così ..sfrontato e temerario… e quanto fece e disse acché  non fossimo presenti a quel consiglio…

Ecco si avevano ragione eravamo proprio due fessacchiotti di qualche lustro più vecchi di loro, ma sempre fessi e pure ottusi !!

Intanto il consiglio era passato con i soli voti della maggioranza e l’assessore, il tessitore,  chissà come se la ridevano alle nostre spalle per la nostra “gita serale” a Civitavecchia. Questa delibera non serviva a darci proprio nessun aiuto. La tutela del centro storico non ci riguardava e sulla Fontana del Papa avevano dichiarato il falso.

Che c’entravano “i sottotetti, l’alterazione delle facciate e nuove aperture di finestre, il non modificare il peso urbanistico, il rialzo della linea di gronda per garantire l’uso dei locali sottostanti e l’intradosso”?

Incredibile, con che disinvoltura, ci avevano preso in giro. Era palese, evidente. Quella delibera non serviva a noi, ne ero certa, scrissi al Sindaco, all’assessore e alle professioniste. E scrissi di più! A chi serviva invece “quell’alterazione delle facciate e nuove aperture di finestre”

fig - 105

Nessuno mai rispose. (Fig.. 105 -106 -107)

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

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“Guardie e ladri”

I giorni si susseguono uno dopo l’altro, veloci e infuocati, di fatto non sappiamo nulla della denuncia alla Procura, pensiamo soltanto che gli uffici, la burocrazia sia ottusa, che il geometra si sia sbagliato, può accadere, tutto poi si sistemerà. I politici, il sindaco, l’assessore ci assicurano “ E’ uno sbaglio, andrà tutto bene vedrete” Come non crederci, è la verità si sono sbagliati. “Ah… avemo preso ‘na cappellata.” (ci siamo sbagliati) mi disse, dondolandosi sulla poltrona, un politico di mestiere.

Intanto i primi di agosto il Vigile del Comune, da inizio alla “caccia”. Lo incontro in piazza e mi dice “ Vieni in ufficio, devo darti una cosa.”

Cos’è ?” gli chiedo.

Il Vigile risponde “…Eh! Non lo sai? Devi eleggere domicilio”.

Ho un procedimento in corso? Sapresti darmi il numero del procedimento”.

Infastidito, il vigile risponde: “Tu vuoi sempre fare come ti pare, l’Ufficio Tecnico ha rilevato un abuso da parte tua perseguibile penalmente, per cui tu ora devi eleggere domicilio per le comunicazioni da inviarti.”

Gli rispondo per le rime “Ma se non c’è un procedimento penale in corso come potete chiedermi l’elezione di domicilio?

La legge è legge.” controbatte disinvolto.

La guardia non si perde d’animo e dopo pochi giorni con un collega, viene alla Fontana del Papa. Il cancello è aperto, ma i due non entrano. Mi chiamano a gran voce. Io sono seduta su un mucchietto di mattoni nella penombra della vecchia stalla a pian terreno, dove ora è la cucina, rivedo la scena di quel primo pomeriggio estivo.

Assuntina non c’è.” dice Claudio. Il Vigile urla inalberato i motivi della sua venuta “C’è da firmare una carta di tua moglie” “bene, io non firmo niente, e mia moglie non c’è.” ripete Claudio.

Il pomeriggio vengono altri due vigili, io rimango nascosta, mi sento come un ladro braccata a casa mia, Claudio s’infuria, parla con i due vigili e getta a terra il foglio che tanto volevano qualcuno firmasse.

Il giorno seguente il vigile inoltra tutto alla Procura, senza la mia firma e elezione di domicilio. Lui stesso aveva dichiarato dove abitavo.  (Fig. 29-30-31)

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

Il libro corredato da  circa 150  documenti è reperibile a Tolfa, Allumiere, nei prossimi giorni nelle edicole del comprensorio. A Viterbo presso il Museo Colle del Duomo. A Santa Marinella Libreria “Il filo di Sofia”.

Il libro è stato pubblicato a totale ed esclusico carico dei costi dall’autore

1994 – 2002 La cantina di Gemmetto

Lorne arrivò un giorno d’estate, doveva occuparsi di Emma che aveva quattro anni e di Luca che di anni ne aveva dieci. Andrea era appena nato.

Lorne era giovanissima poco più che ventenne bionda e bella. La sua terra di origine le Highland. Perfettamente disordinata ma determinata, provvedeva da sé alla sua camera. Spesso, da invadente madre Italiana intervenivo a mettere un po’ d’ordine. Il mattino Lorne andava con Emma e Luca al giardino comunale, mentre io mi occupavo del mio lavoro, insegnavo francese e inglese ai ragazzi rimandati a settembre.

Quei giorni d’estate si concludevano quasi sempre con lunghe passeggiate attraverso il territorio dei Monti della Tolfa. Ogni giorno luoghi diversi, la Farnesiana con la stupenda chiesa neogotica in rovina e il suo borgo, Cencelle e gli scavi, Piantangeli con i suoi resti dell’antica abbazia e il panorama fino ai Monti Cimini il cuore della Tuscia, la faggeta di Allumiere e le sue antiche miniere di allume, il Bagnarello con le sue acque bollenti e curative, l’Eremo della Trinità luogo preferito da Sant’Agostino, le tombe etrusche di Pian della Conserva… con lei devo dire “riscoprivo” questa mia terra. Nuove immagini si realizzavano nella mente, il sogno lontano incominciava a materializzarsi, vedevo attraverso gli occhi nuovi di Lorne ciò che avevo ogni giorno sotto gli occhi.

La sera poi, prima di cena, era ormai una consuetudine per Lorne andare con i bambini a comprare un litro di vino rosso alla “fraschetta”.

Le fraschette hanno un’origine antichissima. In epoca medioevale nacque l’usanza per i viticoltori delle campagne intorno a Roma specie nella zona dei Castelli Romani di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l’ingresso della cantina in modo tale da indicare che il nuovo vino era pronto da bere.

La cantina di Gemmetto era sotto casa nostra, nel centro del paese.

Arredata all’insegna della semplicità: le botti di vino dominavano l’ambiente, disposte su un lato, mentre per i clienti vi erano panche come sedili e tavolacci arrabattati. Poveri gli ornamenti lungo le pareti, ma vi erano esposte delle attrezzature tipiche per la realizzazione del vino. Infine in fondo al locale, la grotta, scavata nel masso, una roccia dura ma friabile e renosa, si snodava per un centinaio di metri con in fondo uno slargo, a una temperatura costante di 12°, dove era conservato “Gemmetto’s wine”, diceva Lorne, il vino di Gemmetto.

Il locale era sprovvisto di cucina, non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, del pane ed eventualmente del prosciutto e olive che servivano a preparare il palato alla degustazione del nettare di Bacco. Per tutto il resto, gli uomini locali (era molto raro che le donne frequentassero questi luoghi) arrivavano muniti di affettati o porchetta comprata alla vicina bottega di Alimentari e tra una partita a scopa, a briscola e a la morra degustavano il vino dell’annata. Lorne, con i bambini per la mano, indugiava nell’ascoltare il suono della voce degli uomini cantilenare i numeri al gioco della morra, osservare l’apertura del pugno tentando di indovinare la somma dei numeri delle dita spalancate.

Le abitazioni nel centro del paese hanno tutte queste grotte e cantine. Ogni famiglia ne aveva una. Erano scavate nelle lunghe giornate d’inverno, quando non esistevano altri divertimenti, quando il tempo doveva passare e non soltanto davanti al camino o in piazza a chiacchierare. Così si lavorava, si scavava la terra e il materiale ricavato era accumulato. Sarebbe servito ai mastri muratori durante la bella stagione per diventare malta utile a costruire e legare i muri delle nuove case. Queste grotte hanno ognuna una grandezza diversa dall’altra, dipendeva da quanto poteva spendere il proprietario della cantina. Più mani scavavano, più costava.

Una grotta in particolare sotto un antico casolare, dove si lavorava il formaggio. Le scale di discesa larghe circa un metro e mezzo e in fondo, dopo una trentina di scalini una grande stanza alta oltre i due metri e in un angolo un pozzo.

Con Lorne entriamo in questa grotta, anche se invasa di un’acqua limpida e trasparente, con le luci delle torce i colori della roccia riflettono sfumature di rosa. Non le avevo mai viste prima queste grotte. Al disopra, invece, l’antica “Caciara” ancora conservava le sistemazioni della lavorazione del sale, i muri intrisi dell’olezzo putrefatto del formaggio e gli effluvi salmastri del sale.

Come molti giovani che se ne vanno da soli per il mondo, Lorne era una ragazza piena di vita, puntigliosa, gioviale, una punta di rancore l’avvertivo, ma apparteneva al suo passato. Era sempre pronta a dire Ok ma poi le sue decisioni potevano essere anche altre. Una parte di lei non l’ho mai conosciuta, mi è sempre sfuggita. Eppure questa ragazza ha cambiato la nostra vita.

Abbiamo soltanto seguito un suo pensiero, imparato a “vedere” attraverso i suoi occhi, imparato ad “apprezzare” il grande valore della nostra terra.

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

Il libro corredato da  circa 150  documenti è reperibile a Tolfa, Allumiere, nei prossimi giorni nelle edicole del comprensorio. A Viterbo presso il Museo Colle del Duomo.

Il libro è stato pubblicato a totale ed esclusico carico dei costi dall’autore