1994 – 2002 La cantina di Gemmetto

di assuntinantonacci

Lorne arrivò un giorno d’estate, doveva occuparsi di Emma che aveva quattro anni e di Luca che di anni ne aveva dieci. Andrea era appena nato.

Lorne era giovanissima poco più che ventenne bionda e bella. La sua terra di origine le Highland. Perfettamente disordinata ma determinata, provvedeva da sé alla sua camera. Spesso, da invadente madre Italiana intervenivo a mettere un po’ d’ordine. Il mattino Lorne andava con Emma e Luca al giardino comunale, mentre io mi occupavo del mio lavoro, insegnavo francese e inglese ai ragazzi rimandati a settembre.

Quei giorni d’estate si concludevano quasi sempre con lunghe passeggiate attraverso il territorio dei Monti della Tolfa. Ogni giorno luoghi diversi, la Farnesiana con la stupenda chiesa neogotica in rovina e il suo borgo, Cencelle e gli scavi, Piantangeli con i suoi resti dell’antica abbazia e il panorama fino ai Monti Cimini il cuore della Tuscia, la faggeta di Allumiere e le sue antiche miniere di allume, il Bagnarello con le sue acque bollenti e curative, l’Eremo della Trinità luogo preferito da Sant’Agostino, le tombe etrusche di Pian della Conserva… con lei devo dire “riscoprivo” questa mia terra. Nuove immagini si realizzavano nella mente, il sogno lontano incominciava a materializzarsi, vedevo attraverso gli occhi nuovi di Lorne ciò che avevo ogni giorno sotto gli occhi.

La sera poi, prima di cena, era ormai una consuetudine per Lorne andare con i bambini a comprare un litro di vino rosso alla “fraschetta”.

Le fraschette hanno un’origine antichissima. In epoca medioevale nacque l’usanza per i viticoltori delle campagne intorno a Roma specie nella zona dei Castelli Romani di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l’ingresso della cantina in modo tale da indicare che il nuovo vino era pronto da bere.

La cantina di Gemmetto era sotto casa nostra, nel centro del paese.

Arredata all’insegna della semplicità: le botti di vino dominavano l’ambiente, disposte su un lato, mentre per i clienti vi erano panche come sedili e tavolacci arrabattati. Poveri gli ornamenti lungo le pareti, ma vi erano esposte delle attrezzature tipiche per la realizzazione del vino. Infine in fondo al locale, la grotta, scavata nel masso, una roccia dura ma friabile e renosa, si snodava per un centinaio di metri con in fondo uno slargo, a una temperatura costante di 12°, dove era conservato “Gemmetto’s wine”, diceva Lorne, il vino di Gemmetto.

Il locale era sprovvisto di cucina, non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, del pane ed eventualmente del prosciutto e olive che servivano a preparare il palato alla degustazione del nettare di Bacco. Per tutto il resto, gli uomini locali (era molto raro che le donne frequentassero questi luoghi) arrivavano muniti di affettati o porchetta comprata alla vicina bottega di Alimentari e tra una partita a scopa, a briscola e a la morra degustavano il vino dell’annata. Lorne, con i bambini per la mano, indugiava nell’ascoltare il suono della voce degli uomini cantilenare i numeri al gioco della morra, osservare l’apertura del pugno tentando di indovinare la somma dei numeri delle dita spalancate.

Le abitazioni nel centro del paese hanno tutte queste grotte e cantine. Ogni famiglia ne aveva una. Erano scavate nelle lunghe giornate d’inverno, quando non esistevano altri divertimenti, quando il tempo doveva passare e non soltanto davanti al camino o in piazza a chiacchierare. Così si lavorava, si scavava la terra e il materiale ricavato era accumulato. Sarebbe servito ai mastri muratori durante la bella stagione per diventare malta utile a costruire e legare i muri delle nuove case. Queste grotte hanno ognuna una grandezza diversa dall’altra, dipendeva da quanto poteva spendere il proprietario della cantina. Più mani scavavano, più costava.

Una grotta in particolare sotto un antico casolare, dove si lavorava il formaggio. Le scale di discesa larghe circa un metro e mezzo e in fondo, dopo una trentina di scalini una grande stanza alta oltre i due metri e in un angolo un pozzo.

Con Lorne entriamo in questa grotta, anche se invasa di un’acqua limpida e trasparente, con le luci delle torce i colori della roccia riflettono sfumature di rosa. Non le avevo mai viste prima queste grotte. Al disopra, invece, l’antica “Caciara” ancora conservava le sistemazioni della lavorazione del sale, i muri intrisi dell’olezzo putrefatto del formaggio e gli effluvi salmastri del sale.

Come molti giovani che se ne vanno da soli per il mondo, Lorne era una ragazza piena di vita, puntigliosa, gioviale, una punta di rancore l’avvertivo, ma apparteneva al suo passato. Era sempre pronta a dire Ok ma poi le sue decisioni potevano essere anche altre. Una parte di lei non l’ho mai conosciuta, mi è sempre sfuggita. Eppure questa ragazza ha cambiato la nostra vita.

Abbiamo soltanto seguito un suo pensiero, imparato a “vedere” attraverso i suoi occhi, imparato ad “apprezzare” il grande valore della nostra terra.

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I documenti pubblicati sono presso il Comune di Tolfa e presso la Procura di Civitavecchia.

Il libro corredato da  circa 150  documenti è reperibile a Tolfa, Allumiere, nei prossimi giorni nelle edicole del comprensorio. A Viterbo presso il Museo Colle del Duomo.

Il libro è stato pubblicato a totale ed esclusico carico dei costi dall’autore

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